Alfredo Filippone
Con
Hans Herrmann, spentosi venerdì scorso alla bella età di 97 anni, scompare una figura magari poco conosciuta dalle generazioni di oggi, ma grande ed unica per aver spaziato con successo in tantissimi tipi di gare ed essere stato un trait d’union fra i tempi eroici del dopoguerra e l’avvento dei tempi moderni.
Basti ricordare che Herrmann ha corso e vinto con le Mercedes ‘frecce d’argento’ (quelle vere) nei primi anni ’50, come compagno in F.1 di Fangio, Moss, Kling e Lang, agli ordini del mitico
Alfred Neubauer, e si è ritirato dopo aver dato alla Porsche i suoi primi grandi successi nelle gare durata.
Attore e testimone, insomma, di due leggende, una in chiusura e una che si apriva, un percorso che gli ha dato di diritto uno status di monumento nell’automobilismo tedesco. Per quanto fosse vero che ai tempi, i piloti erano polivalenti, pochi possono vantarsi di avere nel proprio albo d’oro personale un podio in Formula 1, vittorie di classe in epiche gare stradali come la Mille Miglia e la Carrera Panamericana, e trionfi assoluti nella grandi gare endurance, dalle
24 Ore di Le Mans e Daytona, alla 12 Ore di Sebring e alla Targa Florio.
Herrmann era nato nel 1928 a Stoccarda, la culla dell’automobile tedesca, e vive un’infanzia e una gioventù segnati dai drammi della storia. Appena compiuti i 17 anni, nel 1945, viene arruolato nelle
Waffen SS e mandato a combattere sul fronte negli ultimi scampoli della seconda guerra mondiale, che il Terzo Reich affronta alla disperata mobilizzando i ragazzini.
Nel duro immediato dopoguerra, Hans si ritrova a fare l’apprendista nella pasticceria della mamma, ma appena può si mette a fare il tassista e poi compra una Porsche 356 con la quale si cimenta nelle prime gare, vincendo subito. Poi, passa a una 550 con la quale ottiene la vittoria di classe alla 24 Ore di Le Mans e alla
Mille Miglia nel 1953 e l’anno dopo, anche nella Panamericana e di nuovo alla Mille Miglia.
Proprio nella gara italiana è protagonista di un episodio molto commentato ai tempi , quando giunto a un passaggio a livello che si stava chiudendo, si rende conto di non avere lo spazio per frenare, china il capo e accelera, venendo mancato di pochissimo sia dalla barriera che dal treno. Lo scampato pericolo gli valse il soprannome di
‘Hans am Glück’ (Hans il fortunato) che si è portato dietro per sempre.
Fu, quello, un periodo ricco per Herrmann, perchè benchè continuasse a correre in alcune gare con la sua Porsche privata, era già entrato dal 1953 alla corte della grandissima Mercedes. A Neubauer non era sfuggito quel giovanotto veloce e intrepido e lo volle, oggi si direbbe come
‘junior driver’, per affiancarlo a Fangio e Kling nel grande rientro della Casa della Stella in F.1 programmato per il 1954.
Herrmann non delude le attese: segna il giro veloce nella prima gara in Francia, è terzo in Svizzera, quarto a Monza. La stagione successiva, il 1955, inizia con un quarto posto in Argentina, condiviso con Moss e Kling, che lo avevano raggiunto sulla sua vettura dopo il ritiro delle loro, ma un
brutto incidente nelle prove a Montecarlo gli procura una lesione all’anca, che lo tiene fermo per alcuni mesi e gli impedisce di correre a Le Mans, nell’edizione nota per l’immane tragedia che costa la vita a ottanta spettatori e sancisce il ritiro della Mercedes dalle gare.
In F.1, Herrmann non ritroverà più un volante decente, disputando saltuariamente una dozzina di GP con macchine private sino al 1966. Rischia grosso nel GP di casa del 1959, disputato sul velocissimo tracciato berlinese dell’Avus, quando la sua Lotus esce di pista, sbatte contro il terrapieno e s’invola.
La foto della macchina impennata con Hans accasciato sulla pista dopo essere stato sbalzato dall’abitacolo resta ancor oggi un ‘iconic shot’ di quei tempi.
Orfano di Mercedes, Herrmann si era nel frattempo accasato presso i dirimpettai della Porsche, che mieteva successi di classe nelle gare di durata, ma si andava preparando per l’assalto all’assoluto. Salvo una parentesi all’
Abarth (1962-65), anche questa foriera di vittorie con le cilindrate piccole, Herrmann rimarrà fedele alla Porsche, raccogliendo tanti successi di classe, fra cui tre a Le Mans.
Partecipa anche alle prime vittorie assolute della Casa nelle grandi gare endurance: 12 Ore di Sebring e Targa Florio nel 1960, con la 718 RSK, Zeltweg nel 1966 con la 906, 24 Ore di Daytona nel 1968 con la 908, e soprattutto la 24 Ore di Le Mans nel 1970, con la
stratosferica 917, insieme a Dick Attwood.
E' quello il primo centro della Porsche nella Sarthe, già sfiorato l’anno prima insieme a Larrousse con la 908, quando Hans perse per appena
120 metri il duello finale mozzafiato con la Ford GT40 di Jacky Ickx, che quell’anno colse il suo primo successo per un soffio dopo aver inscenato al via la sua personalissima protesta contro la procedura di partenza ‘a piedi’ usata sino ad allora.
Mancato pasticciere, Herrmann capì che quel successo riparatore del 1970 era la perfetta ciliegina sulla torta e annuncia il ritiro nel bel mezzo dei festeggiamenti in grande stile con cui la città di Stoccarda omaggia la Porsche, con sfilata della 917 per le vie del centro e ricevimento in municipio. Con sobrietà, dirà soltanto: “Ho promesso a mia moglie che se vincevo a Le Mans, chiudevo, e sono cosciente che la fortuna è stata molto generosa con me, meglio non tentarla.”
Non sapeva che la dea bndata gli avrebbe regalato ancora 55 anni di vita, trascorsi intensamente come tester, consulente tecnico, ambasciatore delle sue due Case del cuore, rispettato e benvoluto da tutti.