8 Ott [16:33]

Mikko Hirvonen

Non salta sulle transenne, non fa capriole sul podio. E manco gli passa per la testa di sfilarsi dall’abitacolo prima che l’auto sia ferma. Nel suo posto di lavoro, Mikko Hirvonen ci sta tanto comodo che non lo lascerebbe neppure quando gli capita di arrivare con largo anticipo nella zona mista che precede i parchi assistenza. Mentre Sébastien Loeb, Petter Solberg e gli altri protagonisti scendono a scambiare due chiacchiere con i cronisti, lui se ne resta quasi sempre incastrato nel sediolo della Focus ad aspettare che Jarmo Lehtinen gli ordini di rimettere in moto ed oltrepassare il cartello giallo del controllo. Con il vetro abbassato, pronto a rispondere in modo non banale alle domande di tutti.
Non se la tira, il finlandesino con la pelle chiara e le occhiaie come uno degli Addams. Solo che non gli va di mettersi sotti i riflettori nei momenti di pausa.

È fatto così, non sa e non vuole recitare. Non gliene frega niente di sembrare quello che non è. Far contenti i tanti, troppi, che non sanno più distinguere fra apparenze e realtà non è fra le sue priorità: gli basta far bene il suo mestiere, farsi apprezzare per quel che riesce a fare mulinando braccia e gambe in prova speciale. Come, prima di lui, ha fatto per anni Tommi Makinen, il suo vicino di casa. E pazienza se poi, nel giro, c’è sempre chi dice che sì, bravo è bravo. Ma mentre lo fa, lascia intendere che i campioni, quelli assoluti, sono un’altra cosa. Sospiri e concioni, nel giro dei rally gira così da ormai vent’anni. Sarà perché la stragrande maggioranza dei cronisti veleggia intorno ai sessanta, ma la tendenza è quella di guardare più indietro che avanti. Di rimpiangere i piloti di ieri e magari pure di ieri l’altro. Così parlano di Fior di Latte e pensano allo Spilungone al quale Malcolm Wilson aveva affidato le speranze fordiste. “Ah, se ci fosse ancora lui...”, sussurrano. Senza star lì tanto a pensare che anche ai tempi di Marcus Gronholm era comunque l’Extraterrestre della Citroen a collezionare titoli iridati in serie. Facendo finta di dimenticarsi che il suo terzo mondiale, quello del duemila e sei, Loeb lo aveva vinto disertando gli ultimi quattro apputamenti.

Hirvonen non ci fa caso. Seguita a darci dentro e a sbagliare molto poco. Continua a battersi per vincere e, un po’ come faceva Juha Kankkunen, un altro nato e cresciuto dalle parti di Jyvaskyla, ogni volta che capisce di non poter vincere, ci dà dentro per raccogliere il massimo. Come ha fatto in Catalunya. Come aveva fatto nella prima parte della stagione, quando pareva che il gradino più alto del podio avesse un solo padrone, il suo avversario. Non molla mai, non perde mai la lucidità necessaria a spremere il meglio da quello che ha fra le mani. “È freddo come un ghiacciolo”, dice di lui Gabriele Favero. Già, lo è. E il suo fisico non propriamente da palestra, il suo pallore, nascondono una forza non comune. Quella che gli ha permesso di far saltare undici tappi, di finire in zona-medaglia già quaranta volte, di collezionare settantanove arrivi in novantasette partenze mondiali. Di tenere aperta, che più aperta non si può, la corsa alla corona.

Mzungo Mzee

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