19 Gen [11:17]

Gabriele Rizzo

Non aver paura a sbagliare un calcio di rigore... La storia non dice con che spirito Gabriele Rizzo avrebbe piazzato il pallone sul dischetto e nemmeno come poi lo avrebbe calciato: negli anni passati a calcare i campi di gioco, le aree avversarie le frequentava poco. Così, ogni volta che c’era da provare a sfruttare un tiro dagli undici metri, gli allenatori non pensavano a lui. Questione di ruolo e forse anche di piedi. E i suoi erano più adatti a mettere paura agli attaccanti che ai portieri. Ragazzo della leva calcistica della classe ’77, in calzoncini e maglietta qualche soddisfazione se l’è comunque presa. E’ stato un pilastro della Cairese e del Bragno, ha militato in Eccellenza e in Promozione. Giocava a calcio e intanto andava avanti con gli studi: le superiori, il diploma, l’università. La laurea in ingegneria. Seguendo la sua inclinazione e l’altra sua grande passione: i rally. Alimentata seguendo quello delle Valli del Bormida, ça va sens dire, ma anche il Sanremo. Oltre che dalla lettura delle riviste specializzate: “Volevo sapere e le divoravo tutte”, racconta.

Le gare in pista le ha scoperte più tardi. “Per lavoro”, chiarisce. Aggiunge: “Assunto alla N-Technology, cominciai a seguire il Campionato Turismo”. Di lì a poco, mise da parte le scarpette. Il calcio perse un difensore un po’ ruvido, l’automobilismo acquistò un tecnico capace, meticoloso. Senza nessun problema di rigetto: “Pur se le mie radici erano rallistiche – spiega – mi accorsi in fretta che per uno che fa il mio lavoro, la pista dà grandi soddisfazioni. Nelle corse su strada, l’esperienza del pilota è devastante e per un tecnico è tutto molto più difficile. Soprattutto, è più difficile, molto più difficile, dimostrare a chi guida la bontà oggettiva di certe scelte: troppe, le variabili e, fra esse, anche le condizioni meteo e quelle del fondo stradale. Per far bene, bisogna avere una visione globale e questo complica le cose...”.

Piloti, che gente. Lo diceva Enzo Ferrari, Rizzo conferma. In carriera, ha già avuto modo di operare a stretto contatto con molti che per passione e per mestiere fanno andar forte un’automobile e li divide in due categorie: “Ci sono quelli che dispongono di un talento puro e quelli che, pur molto talentuosi, si distinguono per l’esperienza e per il metodo con cui approcciano i vari, inevitabili problemi che si affrontano quando si tratta di sviluppare un mezzo”. Dal generale, al particolare, nomi, insomma. L’ingegnere cairese li fa: “Nella categoria dei talentuosi con i quali ho lavorato, ci metto Augusto Farfus e Giandomenico Basso. Sono due campioni veri e il brasiliano, fra l’altro, mi ha regalato quella che è forse la più bella gioia che ho avuto fin qui, vincendo a Monza al debutto con l’Alfa, nel 2004, gara-uno e finendo secondo in gara-due. Poi fu escluso, ma quello che aveva fatto resta indelebile”.

E fra quelli che si applicano, fra i... secchioni? “Gabriele Tarquini e Paolo Andreucci. Nè uno, né l’altro sono più ragazzi, ma hanno ancora l’entusiasmo dei ragazzi. Andreucci, poi, ha un approccio che definirei notturno, nel senso che anche di notte, quando dorme, continua a pensare a come fare evolvere l’auto con la quale corre. Con piloti come loro, è bello lavorare: sono concreti e se sono convinti di una modifica, la cosa funziona sempre”. Ha funzionato anche con Basso. Pure con il cavasiense, ha instaurato un rapporto molto buono e il titolo europeo conquistato all’ultimo round con la Punto Super2000 è lì a provarlo.

Quella che è appena andata in archivio è stata una stagione difficile e lunga. Soprattutto lunga. Di fatto, senza pause. Per tutti gli uomini dello Scorpione impegnati fino al Sanremo nell’Intercontinental Rally Challenge e poi ad Antibes e al Valais per il Campionato d’Europa. Una trasferta dietro l’altra, da metà gennaio a inizio novembre. Per Rizzo, anche gli avanti-indietro quasi quotidiani da Torino a Cairo. Per non lasciare la Val Bormida: “Prima il calcio, poi la mia vita personale nel senso che la mia compagna è di quelle parti e nostro figlio è nato lì, hanno agevolato il mio radicamento e adesso farei fatica a staccarmi da quella terra. Un po’ perché non ce la farei a vivere in una grande città, molto perché tornarci, rilassarmi con la moto da cross o con la mountain bike, mi dà la serenità necessaria per vivere e lavorare al meglio”. Per essere pronto a tirare anche un calcio di rigore, se mai gli capitasse.

Guido Rancati

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