11 Set [10:21]

Juho Hanninen

Non va in giro a raccontare di essere l’unico che potrebbe battere Sébastien Loeb, se solo avesse occasione di sfidarlo con un’auto vincente. E quando vince non dispensa numeri circensi sotto la pedana. Iradiddio finché ha un casco in testa, prima e dopo ogni gara si comporta in modo assolutamente normale, senza improvvisare improbabili discese con gli sci da un camion-officina per finire sui giornali anche dopo una prova negativa, senza saltellare sulle transenne per festeggiare una vittoria. Ragazzo educato, Juho Hanninen evita gli eccessi. Per dar sfogo alla gioia si affida a un sorriso bello e aperto. Come quello che gli ha illuminato il volto alla fine dell’ultimo tratto della prima boucle domenicale del Barum Rally quando ha letto sul tabellone il tempo che, di fatto, sanciva la sua vittoria nel duello contro Jan Kopecky: dieci secondi e otto più veloce del compagno di squadra nei ventitré chilometri appena percorsi, lo proiettavano verso una vittoria che a quel punto, leader con sedici secondi e due, nessuno poteva più togliergli. Non l’enfant du pays, battuto prima ancora di essere appiedato dal motore, non Roman Kresta, non Tomas Kostka. E neppure Andreas Mikkelsen che poco prima s’era chiamato fuori dai giochi con un’improvvida foratura.
Vince spesso, il finlandese scoperto da Lasse Lampi. In questa stagione, prima di farlo nel più classico degli appuntamenti dell’est, lo aveva già fatto in Croazia, in Irlanda, al Bosforo e a Ypres. Da un paio di stagioni su ogni tipo di fondo, a conferma che i campioni veri, assoluti, totali, fanno presto ad abituarsi ad andare forte ovunque. E un campione lo è. Lo dicono i risultati, le ormai non poche gare vinte, i piazzamenti e, soprattutto, i due campionati già conquistati: s’è imposto nell’Intercontinental Rally Challenge nel 2010, s’è ripetuto nel Mundialito Super2000 l’anno passato e adesso ha già pesantissimamente ipotecato un Campionato d’Europa tornato a valere parecchio dopo essersi liberato del fardello dell’iscrizione obbligatoria alla serie. Ha, insomma, eseguito sufficientemente bene i compiti assegnatigli per meritarsi un posto stabile nel mondiale. In altri tempi l’avrebbe ottenuto, in questi è tutto da vedere. Il suo futuro resta avvolto nelle nebbie, forse perché non dice di essere più forte di Loeb, forse perché non fa il clown. O forse perché ha già trentun anni, troppi secondo il pensiero corrente. Anche se Marcus Gronholm non ne aveva di mano quando la Peugeot gli diede fiducia; anche se l’età conta quando c’è da scegliere un pilota, ma dovrebbe contare di più la capacità di andar forte.

g. r.

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