Massimo CostaTradizionalmente, Italiaracing segue con grande attenzione e una professionalità che non ha eguali le formule minori, dalla Formula 4 alla Formula 2, dove convergono i migliori talenti del karting. Ma per una volta, vorremmo fare un piccolo excursus sulle categorie a ruote coperte, perchè ci sono alcuni ragazzi che nel giro di pochi anni sono riusciti a raggiungere il professionismo, pur non passando dalle categorie a ruote scoperte. Come è possibile che gli addetti ai lavori e i talent scout del karting non si siano accorti di questi nomi pur avendoli sotto gli occhi?
Se
Mattia Colnaghi è riuscito comunque ad avere una chance importante grazie al concorso Richard Mille Young Talent Academy, guadagnando con merito l’aiuto prima del patron di MP Motorsport Henk De Jong e poi del Red Bull Junior Team, altri non hanno avuto la sua fortuna.
Pensiamo ad esempio a
Connor Zilisch, 19enne di Charlotte, che dopo aver vinto il CIK-FIA Karting Academy Trophy nel 2020 (categoria di kart sovvenzionata dalla FIA e in cui tutti i piloti hanno le stesse possibilità, essendo mono-gestione), è stato inspiegabilmente snobbato dal motorsport europeo. Zilisch è stato costretto a tornare in America, dove partendo dalla competitiva Mazda MX-5 Cup, secondo nel 2022, è riuscito a farsi notare dal mondo NASCAR.
Nel 2024 ha chiuso secondo nella serie East dell’ARCA, ma ha stupito il mondo intero a Daytona, trascinando il team ERA al successo di classe LMP2 alla 24 ore con una performance impressionante a soli 17 anni. Nel 2025, alla prima stagione completa in Xfinity, ha dominato in lungo e in largo il campionato, perdendo il titolo solamente all’ultima gara a causa del format a eliminazione delle serie americane NASCAR, che non premiano la costanza di rendimento a favore dello spettacolo. Nel 2026 Zilisch sarà al via a tempo pieno della serie principale NASCAR con il supporto di Red Bull.

Ma perchè Zilisch non ha avuto una chance in monoposto in Europa? Difficile rispondere a questa domanda. Come lui, c’è anche un altro ragazzo che sta rapidamente scalando le serie minori, questa volta in Italia. In comune con Zilisch ha la partecipazione al CIK-FIA Karting Academy Trophy, in questo caso nel 2014.
L’esito non è stato fortunato come nel caso di Zilisch, anche perchè l’approdo nel mondo del karting di
Andrea Bristot, bellunese classe 2001, è stato tardivo rispetto alla maggior parte dei propri colleghi, o quantomeno dei rivali nel trofeo Academy, vinto in quell’edizione da Richard Verschoor davanti al pupillo Honda Kakunoshin Ohta e a Rinus Veekay.
“L’innamoramento per il motorsport è avvenuto consumando le cassette di rally in televisione - racconta Andrea - Ho visto centinaia di volte gli stessi filmati delle auto del Gruppo B che sfacciavano nella folla. Ma non mi limitavo a guardare solo le macchine passare, studiavo come si muovevano, come affondavano in frenata, come si alzavano in accelerazione, come rollavano, come usavano sterzo e gas. Analizzavo tutto. Credo di aver imparato a guidare in quel momento davanti alla televisione”.
“E poi cercavo di replicare queste sensazioni negli sport che praticavo, la mountain bike e lo sci. Perché i principi sono gli stessi: carichi, trasferimenti, equilibrio. Quando sono salito su un kart la prima volta, non ho dovuto imparare a guidare da zero, ho solo dovuto applicare la teoria che già avevo studiato. Mio padre, un commerciante di Belluno, nonostante fosse un grandissimo appassionato, mi aveva sempre tenuto lontano dai mezzi a motore, visto che era ben consapevole dei costi che comportano, avendo fatto qualche gara di salita negli anni precedenti”.
“La mia grande occasione è arrivata per caso a sette anni, di ritorno da una gara di sci, quando siamo passati accanto a una pista di kart sul ghiaccio. Quando l’ho vista non ho voluto sentire ragioni e ho iniziato a litigare con mio papà finché non è stato costretto a tornare indietro per riportarmi alla pista. Mi ricordo bene che non volevano farmi sedere al volante perché ero troppo piccolo, ma una volta partito tutto è venuto con grande naturalezza. Ricordo gli sguardi sorpresi dei meccanici del circuito, che mi guardavano sfrecciare di traverso sul ghiaccio. Per me è stata una folgorazione”.
“Dopo qualche tempo mio papà mi ha comprato un kart e dopo qualche uscita dal 2012 abbiamo iniziato a fare qualche gara sporadica nei campionati locali, finché non sono stato scelto come uno dei due rappresentanti dell’Italia (insieme ad Alessandro Brigatti, ndr) per il CIK-FIA Academy Trophy. È stata una bella esperienza, che ha dato il via alla mia carriera vera e propria nel karting. Dal 2014 al 2018 ho sempre vinto il campionato a cui ho preso parte, fino al successo nel Trofeo delle Industrie nella Iame X30”.
Però non è mai arrivata una chiamata per passare nel WSK o nelle categorie più prestigiose del karting.“Ci sono stati dei contatti, ma i costi sono sempre stati troppo alti e mio papà ha sempre declinato le offerte. A noi andava bene così. Prendevamo il karting molto seriamente e io ero estremamente competitivo, ma al tempo stesso non avevamo l’obiettivo di farne una professione. Così, dopo aver vinto tutto quello che era alla nostra portata, nel 2018 abbiamo deciso insieme di fermarci”.
Una scelta coraggiosa, non ti è pesata?
“Assolutamente no, eravamo molto sereni e appagati. Non avevamo i mezzi per fare più di quanto fatto fino a quel momento e ho vissuto gli anni successivi come un normale adolescente. Nel gennaio 2021 poi è venuto a mancare mio padre e ho preso ancora più le distanze dal motorsport”.
Cosa è cambiato poi e quando?“Alla fine dello stesso anno ho iniziato a correre con il simulatore. Inizialmente era poco più di un gioco, ma con il passare del tempo ci ho preso gusto e così facendo ho iniziato a riallacciare i rapporti con i vecchi amici del karting. Proprio questi mi hanno portato a Monza per la gara del GT World Challenge. Ricordo di aver messo il piede in pit lane e di aver sentito arrivare un’Audi R8 con il limitatore di velocità inserito. Quel rumore ha immediatamente riacceso in me la scintilla della passione. Si sono risvegliate insieme tutte le emozioni, la fame, l’agonismo che avevo tenuto nascosto in quegli anni”.
“E da quel momento tornare in pista è diventata un’ossessione. Sentivo di aver qualcosa da dire e non riuscivo proprio a scacciare quel pensiero. Avevo la necessità di verificare se fosse una fantasia o se effettivamente ci fosse del potenziale. Così a giugno 2023 ho fatto un test con una Lamborghini Super Trofeo. In generale non è andato benissimo, ma una volta prese le misure mi sono reso conto che sapevo cosa dovevo fare per andare forte. Quella è stata la conferma”.
Cosa hai capito in particolare in quel test?“Che mi piaceva ancora guidare, ma anche che avevo bisogno di confrontarmi in un weekend di gara”.
Per quale motivo?“Pensavo di trovare tutte le risposte in una giornata di test, ma ne ho trovata solo una parte. Mi piacevano l’ambiente, la velocità, guidare la macchina, ma ancora mancava qualcosa”.
E quando ti sei trovato a Misano per il primo weekend della tua vita (nella Mini Challenge, ndr)?“Lì ho trovato tutto. Ho fatto immediatamente uno switch mentale e sono entrato in una modalità ultra-competitiva, pensavo solo a stare davanti. Se non ci fossi riuscito, mi sarei fermato”.
Facile a dirsi, ma avresti veramente piantato tutto dopo un solo weekend se non fossi stato competitivo?“Sì. Mi sarei detto che era inutile spendere i soldi della mia famiglia per girare in tondo per piacere. Per giustificare l’investimento dovevo star davanti e cercare di farne una professione”.
A Misano, dopo solo un giorno di test con la Lamborghini Super Trofeo e due turni con la Mini Challenge a Cremona, Andrea ha subito conquistato la pole position e un primo e un secondo posto nelle due gare. Nel resto della stagione sono poi arrivate sei vittorie, sette pole position, otto podi e dieci giri veloci in dieci manche. E con questi risultati anche il titolo di campione italiano.
Se non fossi tornato a correre come sarebbe stata la tua vita?“Non è mai esistita questa possibilità, mi sarei sentito incompiuto. Questo è il solo modo di esprimermi che conosca”.
E tuo padre cosa avrebbe pensato?“Sarebbe stato al mio fianco, mi avrebbe motivato e incoraggiato, anche se non so in che misura. Era ben consapevole dei rischi e dei costi del motorsport”.
La stagione nel Mini Challenge però si è conclusa in modo dolce-amaro. Il team si è sfaldato internamente e di riflesso sei stato coinvolto nella lotta intestina tra la proprietà e l’officina che preparava le vetture. “Quello, unito al fatto che non si fossero aperte nuove porte, mi aveva fatto perdere di nuovo la voglia di correre. Mi ero già messo il cuore in pace, pensando di essermi giocato la mia unica chance di diventare un pilota”.
Poi però all’ultimo momento è arrivata l’occasione di correre nella Mitjet.“Inizialmente non volevo correre in quel campionato, non mi sembrava un passo avanti. Era solo un modo per non stare fermo, per fare un altro giro della ruota della fortuna”.
Però nonostante tutto, una volta calato nell’abitacolo Andrea è riuscito a confermarsi nelle prime posizioni. Di nuovo, al primo weekend della stagione a Monza è arrivata la pole position, poi un primo e un secondo posto. Con un solo turno a Varano de’ Melegari per provare la vettura il martedì prima della gara.
“Sono entrato in pista con la mentalità di sempre e con l’unico obiettivo di vincere. Sono sempre riuscito a separare ciò che succede nel paddock da quello che devo fare in pista. Una volta in macchina, non mi interessa nient’altro. Alla fine correre nella Mitjet è stato molto interessante, il livello era più alto rispetto alla stagione precedente, c’erano avversari tosti come Torelli, Damiani, Malizia e Moretto, con cui c’è stato un bel confronto”.
I risultati di nuovo non hanno lasciato dubbi: sei vittorie, otto podi, tre pole position e un altro titolo italiano. Condito, nello stesso anno, da altri tre sigilli nei campionati italiani ACI eSport, nelle categorie Formula 4, GT4 e GT3. Per un totale, nel solo biennio 2024-2025, di due titoli italiani reali e cinque virtuali. Risultati che finalmente hanno catturato l’attenzione di Maurizio Lusuardi del team Dinamic Motorsport e di Andrea Dell’Orto, Vice Presidente Esecutivo e Direttore Commerciale & Marketing Chairman dell’omonima azienda, leader nel settore dei carburatori.
Lusuardi e Dell’Orto hanno deciso di scommettere su Andrea, mettendo sul tavolo un contratto per disputare la Porsche Carrera Cup Italia e la Porsche Supercup, due tra i campionati monomarca più competitivi sulla piazza. Andrea ha ripagato la fiducia facendo segnare il record della categoria nel test ufficiale della serie tricolore a Imola, e poi con due terzi posti nel primo appuntamento, sempre sul tracciato del Santerno. Risultati che però non lo hanno soddisfatto.
“Non ero presente come avrei voluto. Ero frenato, non so bene da cosa, forse dal fatto che dopo tutto ero già contento di essere in quel paddock e di essere al via del campionato”.
Cosa rappresentano per te i monomarca Porsche?“Sono sempre stati un riferimento. La maggior parte dei piloti professionisti del Gran Turismo arriva da questi campionati. E adesso ne capisco il motivo. La macchina è veramente molto impegnativa, molto fisica, altrettanto veloce. Il mio cervello deve ancora adattarsi”.
Fino a questo momento eri riuscito a saltare da un’auto a trazione anteriore con gomme slick e ABS a una a trazione posteriore e con gomme intagliate e nessun controllo, andando forte fin dall’inizio senza effettuare test di fatto. Questa è la prima volta che non ti sei sentito a tuo agio?“Sì. Sia con la Mini, sia con la Midget, il limite delle vetture era ragionevole, trovare limite mi veniva naturale già dopo pochi passaggi. Erano macchine più semplici e perdonavano di più. Con la Porsche è diverso, succede tutto più velocemente e ogni volta è diverso. Tra gomme nuove e usate, l’evoluzione continua della pista che incide moltissimo sul feeling, la ghiaia che viene portata sulla traiettorie ogni giro, le numerose safety car che spezzano il ritmo, è tutto nuovo. E il livello è decisamente alto tra giovani promesse come Pietro Delli Guanti, Callum Voisin e Cristian Bertuca e senatori della categoria come Gianmarco Quaresmini, Aldo Festante e Alberto Cerqui”.
Al momento quanto sei vicino al limite della vettura?“Non lo vedo neanche. Ma a Imola ho imparato moltissimo, non avevo mai fatto una gara da mezz’ora. Il salto dalla Mini e dalla Mitjet alla Porsche è stato più traumatico rispetto all’iniziare da zero nel 2024. Negli anni passati mi bastava l’istinto per trovare il limite, con la Porsche non è sufficiente. Bisogna veramente curare tutti i dettagli, l’assetto, le gomme e leggere l’evoluzione della pista di giro in giro. E tutto deve essere perfetto per performare al massimo”.
E il simulatore?“Serve solo fino a un certo punto. Le cose che ho appena elencato le puoi imparare solo in pista. Devo adattare in qualche modo la mia guida, che al momento segue troppo il mio feeling, soprattutto in frenata. L’ABS toglie parecchio sensibilità dal pedale del freno e al momento devo forzare, andando contro il mio istinto”.
Qual è quindi la tua concezione del simulatore?“Serve solo a livello competitivo. Mi spiego meglio. Girare per ore in solitaria serve fino a un certo punto, quello è solo l’inizio. Il vero valore aggiunto del simulatore è la possibilità di misurarsi contro i piloti migliori al mondo, la concorrenza online è veramente altissima. E nelle corse virtuali hai veramente la chance di imparare a gestire la pressione, i sorpassi, le strategie, a leggere la gara”.