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Perché Komatsu ha scelto Camara?
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Test a Jerez - 2° turno
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13 Apr 2019 [17:54]

Per i prossimi 1000 Gp la Formula 1
non deve dimenticare il fattore umano

13 maggio 1950, Gran Premio d’Europa a Silverstone: la prima gara del campionato piloti di Formula 1. Sono passati quasi 70 anni, e domenica a Shanghai il Circus brinderà al suo GP numero 1000, anche se ci sono statistici molto rigorosi (o molto pignoli) che contestano la ricorrenza.

Il punto non è tanto questo, ma capire - una volta alzati e calici e santificata la ricorrenza - cosa succederà nei prossimi mille Gran premi, e che fine farà la Formula 1. Una faccenda che, storicamente, interessa molto a noi italiani.
L’idea di un campionato riservato a quella categoria nata da poco venne infatti ad un italiano, il biellese Antonio Brivio Sforza, che nel 1949 era presidente della Csai. Italiano fu il primo vincitore, Nino Farina, che a fine anno diventò anche il primo campione con l’Alfa Romeo, e italiane sono state le prime cinque firme dei costruttori: due Alfa, due Ferrari, poi la Maserati ‘sposata’ alla Daimler-Benz dal talento immenso di Fangio. Non c’è bisogno di dilungarsi, poi, sul ruolo che la Ferrari, dalla seconda gara di quel 1950 in poi, ha avuto e continua ad avere.

Tempi che oggi sembrano lontanissimi, più lontani persino dei sette decenni che ci separano da quell’epoca di pionieri in maglietta che si sfidavano affrontando davvero la morte ad ogni curva. Da allora è cambiato quasi tutto, tranne la dinamica, la tensione fra le due componenti dell’automobilismo: l’uomo e la tecnologia. L’uomo ha saputo guidare lo sviluppo tecnologico rendendo le vetture non solo sempre più veloci, ma immensamente più sicure, come del resto i circuiti. La tecnologia sperimentata in Formula 1 per decenni si è riversata sulle auto di tutti i giorni, mentre ora la tendenza si è invertita, e sono i parametri della produzione - bassi consumi, emissioni contenute - a dettare la linea alle gare. Un bene? Forse sì.

Anche in questa nuova era è il made in Italy che cattura l’immaginazione dei fan. Immaginare una Formula 1 senza Ferrari è difficile, probabilmente impossibile, e non è un caso che Alejandro Agag, il patron della Formula E - la Formula 1 del domani? - stia corteggiando palesemente Maranello. Una Rossa tutta elettrica sarebbe la chiave per traslocare la tradizione di 1000 Gp in un futuro diverso, che a molti, compreso che scrive, fa alzare il sopracciglio. E’ responsabilità di chi oggi gestisce il Circus e lo vorrebbe guidare in una trasformazione epocale, sterzando verso lo show, verso un concetto di sport motoristico che apparentemente ‘umilia’ la tecnologia estrema per aiutare l’audience, non rompere il meccanismo. Sta anche nel ruolo della Ferrari, che fra i top team di oggi ha più quarti di nobiltà sportiva di tutti, guidare il cambiamento, immaginare un futuro che non sia una svendita, ma un rilancio.

La Formula 1 del GP numero 2000, ammesso che ci si arrivi, sarà una evoluzione di quella che conosciamo, oppure qualcosa di completamente diverso, di estraneo, magari di totalmente virtuale, come profetizza Gian Paolo Dallara quando parla di corse per macchine autonome. Oggi è impossibile prevederlo. Quale sarà la tecnologia vincente? L’elettrico potrebbe non essere l’ultima frontiera. L’importante è che la dinamica di cui si parlava all’inizio non si spenga, non si converta né in (video)gioco, né in una distanza siderale fra le ragioni delle corse e quelle della vita di tutti giorni. E che in quella dinamica resti in primo piano il fattore umano. I piloti, la competizione, la sfida, la passione. Questi erano gli ingredienti che muovevano in quel maggio di 70 anni fa Farina e i suoi colleghi, questi devono restare i punti di rifermento della Formula 1 del futuro.
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