24 Nov [10:59]

Kris Meeke

Vi canto la storia di Pel di Carota il rosso che scavava buche in cima al fosso. Si metteva dentro a meditare sperando che in quella tana nessuno lo venisse a scovare... Sarà per il colore dei capelli, ma a sentire la filastrocca vien da pensare a Kris Meeke e quella sua tendenza a scavare buche, a infilarsi nei fossi. L’ha fatto spesso, il trentenne nordirlandese. L’ultima volta è successo lo scorso gennaio, sulle strade di un Montecarlo che affrontava da protagonista. Che malgrado la minutata lasciata per via di un contatto troppo ravvicinato avrebbe ancora potuto vincere. Se prima di mettere le ruote della 207 sull’asfalto delle Alpi Marittime, non si fosse trovato a meditare in una tana. Sébastien Ogier andava a cogliere il primo successo davvero importante di una carriera ancora tutta da costruire e gli addetti ai lavori scuotevano la testa sospirando che il Rosso di Dungannon aveva di nuovo esagerato, che c’era ricascato. Non proprio tutti: Marc Val Dalen osservava che in certe circostanze è troppo facile sbagliare e ammoniva a evitare giudizi sommari. Ma la sua sembrava un difesa d’ufficio. In fondo, era stato lui a battersi per convincere i dirigenti della Peugeot UK a puntare su Meeke e allora doveva invocare per il suo protetto almeno le attenuanti generiche. Come in un passato non remoto aveva fatto Colin McRae.

Lo scozzese era stato il primo a credere in Meeke. Gli era piaciuto il piglio con il quale aggrediva le speciali quel ragazzo che, laureato alla Queen’s University di Belfast, era stato per un po’ disegnatore alla M-Sport. E incurante dei bussi, aveva deciso di aiutarlo. Consigli, certo, ma non solo. Tempi e temponi un po’ dappertutto. Con l’Opel Corsa, ma anche e soprattutto con la Citroen C2. Qualche risultato qui e là e tanti ritiri. Non tutti per colpa sua e tuttavia collanti per la scomoda etichetta del pilota che sì, va forte, però non conosce i propri limiti e sbaglia. Insomma: il buco nero. L’impossibilità di trovare uno sbocco professionistico in un mondo che non riesce a fare a meno di guardare dietro e non avanti. Frequentato da team manager che non vogliono e forse non sanno liberarsi da giudizi preconfezionati, che magari sono disposti a tirar fuori due lire per chi è grande lo è stato ieri e ieri l’altro, ma non per chi ha quasi tutto per esserlo oggi e domani.
Quanto sa di sale lo pane altrui, Meeke lo ha scoperto nelle ultime stagioni. Arrabattandosi per garantirsi qualche gettone di presenza, per mettersi in condizione di poter dimostrare il proprio valore. Bussando a ogni porta, facendo e rifacendo chissà quante volte il giro delle chiese. Spesso, quasi sempre, inutilmente.

Come alla vigilia del penultimo Sanremo, quando uno di quelli che credono di saperne sempre più di tutti lo liquidò in pochi minuti con il classico “ti faremo sapere”. Alla Kronos gli è andata meglio. Alle parole, un patron che sa, fra l’altro, gestire bene i propri piloti ha fatto seguire i fatti. Già, a rilanciarlo è stato Van Dalen. Che spiega: “Lo avevo già avuto in squadra ai tempi del Mondiale Junior ed ero certo che sarebbe bastato metterlo in condizione di correre senza troppa pressione perché esplodesse”. L’ha fatto. Gli ha perdonato il kappaò al Monte, lo ha ricaricato. Quello che è successo dopo è ancora cronaca: le vittorie a Curitiba, alle Azzorre, a Ypres e a Sanremo, il primo posto nell’Intercontinental Rally Challenge e quello sul campo in Scozia. La certezza di un volante, lo stesso, per la prossima stagione e un contratto da collaudatore con la Peugeot Sport e la Citroen Racing. La certezza di essere pagato per correre, la speranza, concreta, di un futuro ancor più esaltante. Senza più mettersi in un fosso a meditare sperando che in quella tana qualcuno lo vada a disturbare.

Guido Rancati



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