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Addio a un grande: Hans Herrmann
che ha scritto (ed era) la storia

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12 Gen [16:02]

Addio a un grande: Hans Herrmann
che ha scritto (ed era) la storia

Alfredo Filippone

Con Hans Herrmann, spentosi venerdì scorso alla bella età di 97 anni, scompare una figura magari poco conosciuta dalle generazioni di oggi, ma grande ed unica per aver spaziato con successo in tantissimi tipi di gare ed essere stato un trait d’union fra i tempi eroici del dopoguerra e l’avvento dei tempi moderni.

Basti ricordare che Herrmann ha corso e vinto con le Mercedes ‘frecce d’argento’ (quelle vere) nei primi anni ’50, come compagno in F.1 di Fangio, Moss, Kling e Lang, agli ordini del mitico Alfred Neubauer, e si è ritirato dopo aver dato alla Porsche i suoi primi grandi successi nelle gare durata.

Attore e testimone, insomma, di due leggende, una in chiusura e una che si apriva, un percorso che gli ha dato di diritto uno status di monumento nell’automobilismo tedesco. Per quanto fosse vero che ai tempi, i piloti erano polivalenti, pochi possono vantarsi di avere nel proprio albo d’oro personale un podio in Formula 1, vittorie di classe in epiche gare stradali come la Mille Miglia e la Carrera Panamericana, e trionfi assoluti nella grandi gare endurance, dalle 24 Ore di Le Mans e Daytona, alla 12 Ore di Sebring e alla Targa Florio.

Herrmann era nato nel 1928 a Stoccarda, la culla dell’automobile tedesca, e vive un’infanzia e una gioventù segnati dai drammi della storia. Appena compiuti i 17 anni, nel 1945, viene arruolato nelle Waffen SS e mandato a combattere sul fronte negli ultimi scampoli della seconda guerra mondiale, che il Terzo Reich affronta alla disperata mobilizzando i ragazzini.

Nel duro immediato dopoguerra, Hans si ritrova a fare l’apprendista nella pasticceria della mamma, ma appena può si mette a fare il tassista e poi compra una Porsche 356 con la quale si cimenta nelle prime gare, vincendo subito. Poi, passa a una 550 con la quale ottiene la vittoria di classe alla 24 Ore di Le Mans e alla Mille Miglia nel 1953 e l’anno dopo, anche nella Panamericana e di nuovo alla Mille Miglia.

Proprio nella gara italiana è protagonista di un episodio molto commentato ai tempi , quando giunto a un passaggio a livello che si stava chiudendo, si rende conto di non avere lo spazio per frenare, china il capo e accelera, venendo mancato di pochissimo sia dalla barriera che dal treno. Lo scampato pericolo gli valse il soprannome di ‘Hans am Glück’ (Hans il fortunato) che si è portato dietro per sempre.



Fu, quello, un periodo ricco per Herrmann, perchè benchè continuasse a correre in alcune gare con la sua Porsche privata, era già entrato dal 1953 alla corte della grandissima Mercedes. A Neubauer non era sfuggito quel giovanotto veloce e intrepido e lo volle, oggi si direbbe come ‘junior driver’, per affiancarlo a Fangio e Kling nel grande rientro della Casa della Stella in F.1 programmato per il 1954.

Herrmann non delude le attese: segna il giro veloce nella prima gara in Francia, è terzo in Svizzera, quarto a Monza. La stagione successiva, il 1955, inizia con un quarto posto in Argentina, condiviso con Moss e Kling, che lo avevano raggiunto sulla sua vettura dopo il ritiro delle loro, ma un brutto incidente nelle prove a Montecarlo gli procura una lesione all’anca, che lo tiene fermo per alcuni mesi e gli impedisce di correre a Le Mans, nell’edizione nota per l’immane tragedia che costa la vita a ottanta spettatori e sancisce il ritiro della Mercedes dalle gare.



In F.1, Herrmann non ritroverà più un volante decente, disputando saltuariamente una dozzina di GP con macchine private sino al 1966. Rischia grosso nel GP di casa del 1959, disputato sul velocissimo tracciato berlinese dell’Avus, quando la sua Lotus esce di pista, sbatte contro il terrapieno e s’invola. La foto della macchina impennata con Hans accasciato sulla pista dopo essere stato sbalzato dall’abitacolo resta ancor oggi un ‘iconic shot’ di quei tempi.

Orfano di Mercedes, Herrmann si era nel frattempo accasato presso i dirimpettai della Porsche, che mieteva successi di classe nelle gare di durata, ma si andava preparando per l’assalto all’assoluto. Salvo una parentesi all’Abarth (1962-65), anche questa foriera di vittorie con le cilindrate piccole, Herrmann rimarrà fedele alla Porsche, raccogliendo tanti successi di classe, fra cui tre a Le Mans.



Partecipa anche alle prime vittorie assolute della Casa nelle grandi gare endurance: 12 Ore di Sebring e Targa Florio nel 1960, con la 718 RSK, Zeltweg nel 1966 con la 906, 24 Ore di Daytona nel 1968 con la 908, e soprattutto la 24 Ore di Le Mans nel 1970, con la stratosferica 917, insieme a Dick Attwood.

E' quello il primo centro della Porsche nella Sarthe, già sfiorato l’anno prima insieme a Larrousse con la 908, quando Hans perse per appena 120 metri il duello finale mozzafiato con la Ford GT40 di Jacky Ickx, che quell’anno colse il suo primo successo per un soffio dopo aver inscenato al via la sua personalissima protesta contro la procedura di partenza ‘a piedi’ usata sino ad allora.

Mancato pasticciere, Herrmann capì che quel successo riparatore del 1970 era la perfetta ciliegina sulla torta e annuncia il ritiro nel bel mezzo dei festeggiamenti in grande stile con cui la città di Stoccarda omaggia la Porsche, con sfilata della 917 per le vie del centro e ricevimento in municipio. Con sobrietà, dirà soltanto: “Ho promesso a mia moglie che se vincevo a Le Mans, chiudevo, e sono cosciente che la fortuna è stata molto generosa con me, meglio non tentarla.”

Non sapeva che la dea bndata gli avrebbe regalato ancora 55 anni di vita, trascorsi intensamente come tester, consulente tecnico, ambasciatore delle sue due Case del cuore, rispettato e benvoluto da tutti.

7 Gen [12:51]

Audi accende la power unit
Primo passo per il costruttore tedesco

Il team Audi Sauber F1 ha completato con successo l'accensione inaugurale della sua monoposto per la stagione 2026, una pietra miliare significativa nel suo percorso verso il Campionato del Mondo FIA di Formula 1. L'evento, tenutosi presso la sede del team a Hinwil il 19 dicembre 2025, segna la prima volta in cui la Power Unit Audi è stata utilizzata nel telaio, simboleggiando il passaggio dalla progettazione alla realtà dinamica.

L'accensione è un punto di controllo fondamentale in qualsiasi programma di Formula 1, convalidando anni di sviluppo e confermando la corretta integrazione dei componenti principali. Per il progetto Audi F1, è il risultato tangibile di un'intensa collaborazione interfunzionale tra la divisione powertrain del team a Neuburg, in Germania, e il team telai a Hinwil, in Svizzera, nonché il nuovo Centro Tecnico di Bicester, nel Regno Unito.

Con questo obiettivo chiave raggiunto, l'Audi Revolut F1 Team continua i suoi intensi preparativi per la stagione di debutto. Il prossimo importante traguardo del team sarà l'evento di lancio globale a Berlino il 20 gennaio 2026, dove la livrea completa e l'identità in pista saranno presentate ufficialmente in vista della prima sessione di test collettivi a Barcellona a fine mese.

Gernot Döllner, CEO di AUDI AG e Presidente del Consiglio di Amministrazione di Audi Motorsport AG: "Per Audi, l'ingresso in Formula 1 è un elemento fondamentale del continuo rinnovamento del nostro marchio. Questo traguardo è una chiara dimostrazione della nostra ambizione 'All'avanguardia della tecnica'. È il risultato di un lavoro di squadra impeccabile e di una ricerca incessante dell'eccellenza che fungerà da esempio guida per l'intera organizzazione Audi. Questo progetto è un catalizzatore di cambiamento, che promuove orgoglio, identità ed entusiasmo. Con questo avvio, il duro lavoro dei team di Hinwil, Neuburg e Bicester prende finalmente vita, segnando l'inizio di un nuovo entusiasmante capitolo nella storia del motorsport Audi".

Mattia Binotto, Responsabile del Progetto Audi F1: "Un'accensione è sempre un momento speciale, ma questo segna un nuovo inizio. È il risultato tangibile della nostra ambizione collettiva e del lavoro distinto dei nostri team di Neuburg e Hinwil. Vedere tutto insieme per la prima volta conferisce all'intero progetto un'energia incredibile. Abbiamo costruito solide basi per quello che sarà un lungo viaggio, caratterizzato dalla nostra incessante spinta al miglioramento".

Jonathan Wheatley, Team Principal dell'Audi Revolut F1 Team: "Questo avvio di successo è un traguardo fondamentale che convalida la qualità del lavoro e la collaborazione tra tutti i reparti. Dà energia all'intero team e fornisce un obiettivo chiaro mentre ci prepariamo per le prossime fasi di sviluppo, incluso il momento in cui porteremo la vettura in pista per la prima volta. Questo risultato pone l'accento sulla nostra prima gara a Melbourne e costruiremo su queste basi come un unico team unito".


29 Dic [14:25]

Lambiase, ingegnere di pista Red Bull,
passerà alla Aston Martin con Newey?

Massimo Costa - XPB Images

La stampa inglese nei giorni scorsi ha riportato che Giampiero Lambiase, storico ingegnere di pista di Max Verstappen (dal 2016) nel team Red Bull, sarebbe in seria trattativa con la Aston Martin. Lambiase, inglese di origini italiane, nel 2026 potrebbe ricoprire un ruolo diverso all'itnterno della Red Bull, con maggiori responsabilità tecniche.

L'offerta arrivata dal team di Lawrence Stroll, sembra essere molto più attraente. In Aston Martin infatti, Lambiase potrebbe divenire CEO o team principal, quest'ultimo ruolo affidato al progettista Adrian Newey, come comunicato dallo stesso team qualche settimana fa.

Ma Newey ha più volte ribadito che il suo compito principale è quello di concentrarsi sulla crescita della monoposto che correrà nel mondiale 2026, quindi ecco che potrebbero esserci modifiche nel piano dirigenziale di Aston Martin. Lambiase è cresciuto con Newey e questo è un altro fattore importante da non sottovalutare.

Se ciò dovesse realmente accadere, Verstappen si ritroverebbe senza l'amico e ingengnere di pista con il quale ha vinto quattro mondiali e condiviso ben dieci anni di Gran Premi, ma non troverebbe nel box anche il suo mentore Helmut Marko, allontanato (anche se lui dice dimissionario) dalla dirigenza Red Bull.

Va sottolineato che la squadra con sede a MIlton Keynes, aveva già perso alla fine del 2024 il team manager Jonathan Wheatley, passato alla Sauber in ottica Audi. Hanno cambiato casacca Matt Caller, capo meccanico in Red Bull, che ha seguito Wheatley, e sono in predicato di lasciare la RB Tom Hart (ingegnere), che dovrebbe passare alla Williams, e gli ingegneri Michael Manning e David Mart (motorista).

28 Dic [15:44]

Il record della Gran Bretagna
21 titoli piloti iridati vinti

Massimo Costa

Nessuno come la Gran Bretagna, o Regno Unito, fate voi. Di cosa stiamo parlando? Dei campionati del mondo conquistati per nazionalità, i titoli iridati vinti dai singoli piloti dal 1950, anno della nascita del Mondiale F1, al 2025. Ebbene, il Paese dove ancora vige la monarchia, la fa da padrone assoluto.

Da Mike Hawthorn a Lando Norris, sono ben 11 i piloti britannici capaci di vincere uno o più campionati mondiali di F1 per un totale inarrivabile di 21 corone. Chi sono? Nel 1958 il primo a imporsi è Hawthorn al volante della Ferrari. Poi, quattro stagioni di dominio assoluto tra il 1962 e il 1965 grazie a Graham Hill (BRM), Jim Clark (due volte con la Lotus) e John Surtees (Ferrari).

Nel 1968, si ripete Hill (sotto nella foto), questa volta con la Lotus, e subito l'anno successivo a festeggiare è Jackie Stewart su Matra gestita da Ken Tyrrell. Lo scozzese rivince nel 1971 e 1973 con la Tyrrell. Trascorrono soltanto tre anni e di nuovo un inglese è sul tetto del mondo: James Hunt con la McLaren.



Segue una pausa e si arriva al 1992 quando a vincere il titolo è Nigel Mansell con la Williams. Quattro stagioni e nel 1996 la coppa assoluta l'alza Damon Hill, figlio di Graham, con la Williams. Dopo di che, bisogna attendere il 2008 con il giovanissimo Lewis Hamilton su McLaren, poi subito l'anno dopo è Jenson Button con la incredibile Brawn a prendersi il titolo iridato.

Hamilton rivince nel 2014 e 2015 con la Mercedes, poi ne infila quattro consecutivamente (sempre con la Mercedes), tra il 2017 e il 2020. E si arriva a oggi, con la bandiera britannica che sventola nuovamente su tutti con Lando Norris e la McLaren.

In questa speciale graduatoria, in seconda posizione troviamo la Germania con ben 12 titoli spalmati su tre piloti. Sette i mondiali ottenuti da Michael Schumacher: 1994-1995 con la Benetton, dal 2000 al 2004 consecutivamente con la Ferrari. Poi, ecco Sebastian Vettel, campione con la Red Bull dal 2010 al 2013. Infine Nico Rosberg, vincente nel 2016 con la Mercedes.

Al terzo posto si colloca il Brasile con 8 campionati conquistati grazie a tre piloti: Emerson Fittipaldi (1972 con la Lotus, 1974 con la McLaren), Nelson Piquet (1981 e 1983 su Brabham, 1987 su Williams) e Ayrton Senna (1988, 1990, 1991 su McLaren).

Regge al quarto posto l'Argentina con 5 mondiali tutti vinti da Juan Manuel Fangio nel 1951 su Alfa Romeo, successivamente nel 1954 tra Maserati e Mercedes, nel 1955 su Mercedes, nel 1956 con la Ferrari e nel 1957 con la Maserati.

A quota 4 mondiali ci sono Austria (Jochen Rindt e Niki Lauda con tre), Francia (Alain Prost), Australia (Jack Brabham con tre e Alan Jones), Finlandia (Keke Rosberg, Mika Hakkinen con due, Kimi Raikkonen), Olanda (Max Verstappen).



Finalmente ecco l'Italia, con 3 vittorie, in tempi lontanissimi. Giuseppe Farina su Alfa Romeo nel primo campionato del mondo della storia, quello del 1950 (sopra nella foto), a cui segono i titoli vinti da Alberto Ascari su Ferrari nel 1952 e 1953.

Proseguendo nell'elenco, troviamo la Spagna con due vittorie (Fernando Alonso) come gli USA (Phil Hill e Mario Andretti), mentre con un successo c'è il Canada (Jacques Villeneuve), la Nuova Zelanda (Dennis Hulme) e il Sud Africa (Jody Scheckter).

Ci si potrà chiedere come mai la Gran Bretagna è riuscita ad avere 11 piloti campioni del mondo per un totale di 21 titoli iridati. Proviamo a dare una risposta. Il motorsport è ben radicato nel Paese, la passione per le corse è genuina e non risponde a un singolo marchio come accade in Italia, dove a trascinare è soltanto la Ferrari, i tanti circuiti presenti nell'isola sono sempre affollati per ogni tipo di gare che si svolgono settimanalmente.

In UK c'è una formazione culturale decisamente diversa che accompagna tanti giovani verso il karting e poi a compiere i primi passi in monoposto. E numerosi sono infatti gli inglesi presenti nelle serie dalla F2 in giù. Da sempre, a parte poche eccezione, tutti i team di F1 hanno la propria sede in Gran Bretagna dove esistevano anche costruttori solidi delle formule minori come March, Lola, Ralt, Reynard, Chevron. E anche questo ha avuto un indubbio peso.

Ma dal 2000 in avanti, questi ultimi sono stati spazzati via dalla crescita esponenziale delle capacità industriali italiane che con Dallara e Tatuus hanno via via scavalcato i britannici in tutte le categorie esistenti in Europa, Giappone e USA, lasciando le briciole ai francesi della Ligier, ex Mygale,

Nonostante questo domiinio dei costruttori italiani Dallara e Tatuus, sempre nascosti dall'ombrello Ferrari, a cui va aggiunta anche la crescita nel motorsport del marchio Lamborghini nelle corse per vetture GT (e purtroppo sono spariti marchi storici e vincenti come Alfa Romeo e Lancia), il tricolore in F1 non svolazza e non si impone da tempo immemore. E dire che abbiamo un numero di circuiti belli, difficili, importanti, che nessuna altra nazione può vantare.

Guardando al passato non troppo lontano, ci sono stati anni molto prolifici, grazie alla presenza di numerosissimi sponsor nazionali che avevano portato in F1 anche 12-13 piloti in una sola stagione, con nomi di spicco, e vincenti, quali Riccardo Patrese, Michale Alboreto, Bruno Giacomelli, Andrea De Cesaris ed Elio De Angelis,



Poi, è stato il turno di Giancarlo Fisichella, sopra nella foto, e Jarno Trulli che per almeno 15 anni sono stati presenza fissa nel mondiale. Ma con pochissimi altri connazionali a combattere con loro in pista, segnale iniziale di una situazione prossima alla crisi sempre più evidente. Usciti di scena il romano e i pescarese, ecco il vuoto del motorsport italiano in F1, nonostante i nostri piloti si siamo sempre ben distinti nelle formule minori. Un controsenso.

Negli anni si sono persi molti sponsor, l'interesse è scemato, la federazione italiana ha sempre fatto poco o nulla, chiusa in se stessa e completamente incapace (meglio dire disinteressata) nel valorizzare i suoi ragazzi. Negli ultimi anni però, qualcosa è cambiato nella federazione, l'attenzione verso le formule minori è cresciuta, alcuni giovani sono stati supportati e questo è stato sicuramente un bel passo in avanti. E chissà che ora, con un nuovo giovane presidente di Aci Sport (ancora non insediato) e l'uscita di scena di alcuni pesanti dinosauri, non si possa fare ancora meglio.

27 Dic [11:52]

Prosegue il caso motori, come potrebbe
evolvere la situazione e gli scenari futuri

Michele Montesano

Tutt’altro che in ferie. La Formula 1 anche sotto Natale continua a regalare spettacolo. Ma questa volta non si tratta di duelli in pista, bensì di possibili scenari che potrebbero condizionare l’intera stagione 2026.
Solamente una settimana fa è esplosa la bolla riguardo il rapporto di compressione dei motori che andranno a equipaggiare le nuove monoposto. A finire sotto la lente di ingrandimento sono state Mercedes e Red Bull. Ora siamo di fronte ad un nuovo capitolo di quella che sembra una serie che terrà incollati gli spettatori almeno fino a marzo, quando scatterà il primo GP dell’anno, se non lungo tutto l’arco del campionato.

Facendo un passo indietro, secondo il regolamento tecnico e l’articolo C5.4.3 i motori endotermici a partire dal 2026 avranno un rapporto di compressione pari a 16:1, anziché di 18:1 come previsto fino alla stagione appena conclusa. Tuttavia alcuni team, leggasi Mercedes e Red Bull Powertrains, pare siano riusciti a trovare una scappatoia. In pratica se a freddo, ovvero quando viene effettuato il controllo, i motori sono perfettamente regolamentari, in funzione riescono a garantire un rapporto di compressione più elevato grazie alla dilatazione termica dei materiali.



Alla luce di quanto appreso, Ferrari, Honda e Audi hanno scritto alla FIA in merito alla questione chiedendo un chiarimento. Ma, stando ai fatti, la soluzione sembrerebbe legale perché i dati coincidono con quelli del regolamento. Oltretutto i processi di misurazione non subiranno modifiche e verranno effettuati sempre a temperatura ambiente. Inoltre Mercedes ha dialogato con gli organi della FIA ricevendo il via libera, poiché sia il motore che le sue componenti sono perfetti legali e in linea con il regolamento.

Secondo una stima, tale soluzione assicurerebbe un incremento in termini di potenza fino a 13 cavalli (10 kW). Ciò si tradurrebbe, stando alle simulazioni delle future monoposto di F1, in un vantaggio tra i tre e i quattro decimi di secondo al giro a seconda della pista. Oltre che sul lato cronometrico, il vantaggio ricadrebbe anche su una maggior efficienza in termini di consumi. Punto, quest’ultimo, tutt’altro che secondario, visto che in più di un’occasione si è parlato della possibilità di vedere il prossimo anno manovre di lift and coast anche in pieno rettilineo.



Ma dalla teoria alla pratica c’è un abisso. Solamente scendendo in pista si capirà effettivamente quanto la soluzione sia efficace. Ad oggi le sole Mercedes e Red Bull posseggono una risposta e oltretutto anche parziale, perché scaturita dalle simulazioni e dai banchi prova. Bisognerà verificare sul campo quanto i due costruttori siano riusciti effettivamente ad avvicinarsi al rapporto di compressione di 18:1.

Gli altri motoristi cosa faranno? Innanzitutto bisogna sottolineare che i tempi di reazione in questo campo sono decisamente più lenti rispetto alla controparte aerodinamica. Se un’appendice o un’ala si può studiare, realizzare e implementare in poche settimane, per il motore occorre decisamente più tempo in quanto bisogna tener conto sia delle tempistiche di produzione, ma soprattutto anche l’aspetto dell’affidabilità. Tuttavia c’è da sottolineare che la fuga di notizie sulla questione rapporto di compressione pare sia un’argomento che i team conoscono da diverso tempo.



Alla luce di quanto detto, gli ipotetici scenari sono due. Il primo è che i motoristi sono già all’opera per cercare di replicare quanto fatto da Mercedes e Red Bull, in quanto c’è ancora tempo per intervenire sulla camera di combustione prima dell’effettiva omologazione, che avverrà prima del GP di Melbourne a inizio marzo. Ma tale lavoro extra comporterebbe un innalzamento delle spese e ridurrebbe il margine del budget cap per eventuali sviluppi nell’arco della stagione.

L’altro scenario è quello di osservare l’andamento del primo scorcio di stagione e attendere il GP di Miami. Infatti ogni sei gare della stagione 2026 la FIA effettuerà una verifica della prestazione dei soli motori endotermici. Qualora ci sia una disparità ‘entrerà in azione’ l’ADUO (Additional Development and Upgrade Opportunities) che permetterà ai costruttori di recuperare il terreno perso.



All’atto pratico, qualora verranno registrate discrepanze di potenza del 2% tra un propulsore e il migliore del lotto, verrà concesso al costruttore svantaggiato la possibilità di un gettone sviluppo per colmare tale gap. Upgrade che saliranno a due qualora la differenza superi il 4%. Ma la FIA innanzitutto dovrà chiarire le manovre di intervento e, solamente dopo, il motorista potrà iniziare a lavorare. Ciò significa che i tempi si dilateranno e anche di molto.

Alla luce di quanto sta accadendo c’è la concreta possibilità che lo svantaggio tecnico verrà colmato solamente nel 2027, con alcuni team che saranno costretti ad una stagione da comprimari. A tal proposito non è affatto escluso che le squadre chiedano ulteriori chiarimenti alla FIA nelle prossime settimane. Anzi tale situazione potrebbe prolungarsi anche nell’arco del campionato, con possibili reclami e contestazioni ad ogni GP. Non ancora partita, la stagione 2026 di Formula 1 si preannuncia decisamente calda con una lotta che si affronterà sia in pista che negli uffici tecnici.

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