Daniel Elena

“Ho lavorato sulle barche, ho fatto l’idraulico, poi il meccanico, prima sui motori marini e poi sulle automobili…”. Per rispondere alla domanda di Dorine, la sua primogenita, Daniel Elena si sforza di ricordare i tanti mestieri dei suoi anni giovanili. Quando ancora non poteva immaginare che sarebbe diventato il copilota più vittorioso della storia, quando ancora la passione per le corse la sfogava stringendo un volante fra le mani. Raramente, perché di soldi per le tasche gliene giravano pochi, troppo pochi per pensare di disputare anche il meno impegnativo dei vari trofei monomarca.
Nel giorno dei suoi primi quarant’anni, il pluridecorato copilota monegasco non è un fiume in piena. Chiacchiera di questo e di quello ed esorcizza con una battuta l’ingresso negli “anta”: “Sono nato poco prima delle undici, giusto all’ora dell’aperitivo e non dev’essere un caso…”. Davanti a un pastis parla di come s’è sviluppata la sua vita fin qui e di come sarà da qui a poco, quando il suo impegno accanto a Sébastien Loeb sarà meno stressante: “Disputeremo quattro o cinque rally e fra essi ci sarà quello d’Argentina”, conferma. Aggiunge: “Comunque non avremo tempo di annoiarci: Seb avrà da svolgere molti test per mettere a punto la vettura con la quale, nel 2014, darà l’assalto al Wtcc e io avrò modo di occuparmi di più dell’All Sports Management, la mia azienda, e di mettere a disposizione quel po’ d’esperienza che ho dando il mio contributo per migliorare la sicurezza di chi corre. E poi, ad occuparmi, ci saranno le partite a bocce…”. Prima, però, ci sarà il Monte-Carlo da provare a vincere: “E’ il nostro obiettivo, è chiaro. Ma il Monte è un rally che più di ogni altro sfugge a ogni pronostico. D’altra parte, lanciare proclami non è mai stata una nostra caratteristica”.
In Sardegna, l’altra settimana, lui e l’Extraterrestre hanno perso l’ultima possibilità di chiudere l’ultima loro stagione a tempo pieno nel mondiale eguagliando il loro record di vittorie in una stagione: “Ci avevamo pensato, ma è andata diversamente e la cosa non ci ha angosciato: quando abbiamo capito che non avremmo potuto continuare, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti che il giorno dopo non saremmo ripartiti. Vuol dire che proveremo a chiudere in bellezza in Catalunya”. Fuori dai giochi, hanno fatto il tifo per Mikko Hirvonen: “E’ un grande vero e un collega eccezionale. E va più forte di quanto non pensi qualcuno”. Dice bene anche degli altri che ha avuto come compagni di squadra. Di tutti, pure di Sébastien Ogier: “L’anno scorso, fra noi, ci sono stati alcuni momenti caldi, è vero. Ma poi tutto s’è chiarito e adesso si va di nuovo d’accordo”. Dei capi che si sono succeduti al reparto sportivo della Citroen, i ricordi migliori glieli ha lasciati Guy Frequelin, ma fa sapere che pure Yves Matton s’è rivelato molto bravo: “Ha le idee chiare e ha saputo guadagnarsi la stima e il rispetto di tutti: insomma, un buon manager”.
Dall’abitacolo della DS3 con il numero 1 sulle portiere ha trovato il modo di seguire i giovani emergenti: “Per Mads Ostberg, che per ora è terzo nel mondiale pur non avendo corso sempre, parlano i risultati. Ma anche Evgeny Novikov ha fatto cose molte buone e ha solo ventidue anni. Riguardo a Thierry Neuville e a Otto Tanak, hanno ancora sbagliato un po’ troppo spesso, però sono interessanti”. Su Sébastien Chardonnet, il suo protetto, non si sbilancia più di tanto: “Con la DS3 R3 ha macinato chilometri sulle strade del mondiale che gli verranno buoni e in Alsazia, con la Wrc, ha fatto esattamente quello che mi aspettavo da lui. E’ un ragazzo d’oro e penso che abbia le doti necessarie per andare avanti”.
E’ meno generoso quando parla dei due veterani fordisti: “Petter Solberg e Jari-Matti Latvala hanno commesso un numero incredibile di errori, troppi in rapporto alla loro esperienza. E ho il sospetto che alla Volkswagen, ingaggiando il finlandese, abbiano scelto di complicarsi la vita…”.
Dal presente, al passato. Alla ricerca dei momenti più belli di una carriera senza uguali: “Gli ultimi tre chilometri dell’ultima prova speciale del Tour de Corse del 2004: stavamo vincendo il nostro primo mondiale e mentre leggevo le note non riuscivo a trattenere le lacrime. Ma ripenso con ancor più piacere a quella sera del ’97 quando, dopo la conclusione del Criterium des Cévennes, in discoteca, Seb e io ci accordammo per affrontare insieme la stagione successiva”. Di rimpianti, uno che ha vinto quanto lui non può averne tanti. Uno però ce l’ha, grandissimo: “Quello che mi è mancato e che mi mancherà è non aver potuto battermi per una medaglia olimpica. I campionati mondiali sono importanti, certo, ma i Giochi Olimpici sono un’altra cosa e me lo ha confermato anche Nasser Al-Attiyah dopo aver conquistato una medaglia a Londra. Sì. Mi spiace davvero che gli sport motoristici non siano ammessi”.
Un altro pastis è finito e nel Principato comincia a piovigginare. Dorine gioca con la sorellina, Daniel si rivede per un attimo com’era quando ancora non pensava che correre sarebbe stato il suo lavoro e sorride.

Guido Rancati


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