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24 Mar [15:06]

IL PERSONAGGIO
Michele Cinotto

Il figlio di Mikkola, lo chiamavano così. Per i capelli biondi che gli incorniciavano il viso e lo facevano vagamente assomigliare al finlandese. E soprattutto perché anche lui maneggiava un’Audi Quattro. Anni Ottanta, quelli in cui il rallismo italiano allevava campioncini in serie. Quelli di Franco Cunico e Andrea Zanussi, di Michele Cinotto.

Andava forte, il canavesano. Lo aveva fatto vedere con le Autobianchi A112 di un trofeo frequentato da legioni di giovani di belle speranze, lo confermava con la rivoluzionaria trazione integrale tedesca. Vinceva gare importanti della serie tricolore e lasciava il segno anche nelle sue incursioni nel mondiale. Fra le medaglie, anche le ore trascorse sull’attico della classifica di un Rallye Sanremo. Sufficienti a convincere Cesare Fiorio ad arruolarlo per uno Junior Team da urlo. Aveva molto: era giovane, era veloce ed era inserito nello squadrone Lancia che faceva tremare il mondo. Poteva sognare a colori. Poi le cose andarono diversamente: con la “zero” la scintilla non scoccò. Qualche gara senza acuti e addio sogni di gloria. Basta corse. Senza tanti rimpianti.
Da allora, come si dice, di acqua sotto i ponti ne è passata davvero tanta.

Le soddisfazioni Cinotto le ha cercate e trovate nel lavoro. E nella famiglia. Per venti e passa anni, ai rally ci ha pensato poco. Ma un anno fa, quando Carlo, suo figlio, ha cominciato a frequentare il monomarca Suzuki, li ha riscoperti. Per un po’ da accompagnatore ufficiale dell’erede, poi di nuovo da pilota. Per (ri)vedere l’effetto che fa. All’ultimo Sanremo si è infilato di nuovo tuta e casco ed è andato all’assalto dei passi del ponente ligure.

“E’ stata un’uscita così, fine a sé stessa”, diceva nella Citta dei Fiori alla fine di settembre. Ci credeva davvero, forse. Però quando Gabriele Noberasco lo ha informato che avrebbe disputato il Monte-Carlo, non ci ha pensato su tanto e si è unito alla spedizione gestita da Mauo Nocentini. Sull’asfalto spesso innevato dell’Ardeche, della Drome e delle Alpi Marittime s’è divertito un sacco. Il tempo di grattarsi via la ruggine e ha infilato una serie di tempi di tutto rispetto. Alla fine s’è ritrovato quindicesimo assoluto. Davanti a parecchia gente che corre con una certa frequenza. Davanti agli altri italiani. E il risultato, comunque strabuono, avrebbe anche potuto essere migliore. Lo sa e lo ammette. “Ma in un certo senso – aggiunge – sarebbe stato scandaloso se io, vecchietto, fossi finito ancor più in alto”. Già, in un certo senso lo sarebbe stato. Anche e soprattutto per il rallismo del Belpaese...

Guido Rancati