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14 Apr [18:26]

IL PERSONAGGIO
Daniel Sordo

“Scusi, potrei avere una Xsara?”. Era lo scorso agosto, il Deutschland Rally si era appena concluso con l'ennesima vittoria di Sébastien Loeb e, incrociando Guy Frequelin davanti alla sala stampa, Dani Sordo non aveva resistito alla tentazione di ribadire la sua voglia di vuerrecì. La domanda, ci si può scommettere, era piaciuta al Grizzly. Uomo di corse, ha sempre apprezzato chi mostra di avere dentro la voglia anche un po' rabbiosa di emergere. Ma aveva fatto finta di niente, l'aveva fatta cadere nel vuoto. Ancora non poteva impegnarsi a mettergliene una a disposizione. E non l'avrebbe fatto comunque, non prima di aver raccolto tutti gli elementi possibili per valutare l'uomo.
Da quel giorno sono passati otto mesi. Dopo aver vinto il Mondiale Junior, il cantabrico ha cominciato a maneggiare la pluridecorata due porte progettata dal geniale Jean-Claude Vaucard. Decisamente bene: ottavo a Montecarlo, sedicesimo in Svezia, quarto in Messico, secondo in Catalunya e terzo in Corsica. Quattro gare, quattro arrivi. Ha rastrellato venti punti che gli valgono il terzo posto nella classifica iridata. S'è guadagnato il diritto a frequentare il mondiale con una top-car. Per fare esperienza e, soprattutto, per confermare al condottiere dell'Armata Rossa di avere tutto quello che serve per affiancare l'extraterrestre nell'anno che verrà, quando la squadra francese tornerà a dare l'assalto al titolo con la C4. Il ragazzo di Torrelavega, ventitré anni il prossimo 2 maggio, l'ha capito al volo. E s'è adeguato: “La Citroen - osserva - mi chiede di non fare errori e non posso permettermi di farne”.
Ha le idee chiare, Sordo. È intelligente: sa alzare il piede quando è il caso e sa cosa dire e cosa non dire. Ammette di pensare spesso a François Duval e alla sua prima, sciagurata, mezza stagione con l'auto assemblata a Versailles. Non perde occasione per ricordare di considerare Loeb imbattibile. Per ora. Spiega: “Gli altri piloti, tutti gi altri, sono diciamo così normali. Seb invece ha un modo di pilotare perfetto”. Aggiunge: “Il massimo, per me, sarebbe arrivare secondo dietro di lui”.
Lo farà, prima o poi. Prima o poi lo batterà anche. Ma per adesso fa finta di non pensarci. “Ho ancora tanto da imparare”, taglia corto. Verissimo, ma lo sta facendo decisamente in fretta. A sentirsi pronosticare un avvenire a tinte iridate, sospira: “Io Campione del Mondo? È il mio obiettivo, ma chissà se ce la farò a raggiungerlo!”. Intanto si gode il presente e pure il passato prossimo: “Se penso che al terzo anno di corse ho vinto il mundialito e al quarto sono già salito due volte sul podio mi viene voglia di darmi un pizzicotto per essere certo che non si tratta solo di un sogno”. Marc Martì lo tranquillizza: “È tutto vero ma è fondamentale restare con i piedi ben piantati per terra”. Il copilota catalano gli ripete che gli esami non finisco mai. Con gli altri si lascia andare un po' di più: “Ma vi rendete conto - chiede - che in Messico ha chiuso appena sotto il podio ed era solo al suo settimo rally su terra?”.

Guido Rancati