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17 Feb [15:55]

L'opinione di Guido Rancati
Il muro del pianto

La regia passa da una squadra all'altra e finisce con il perdersi entrambe. È un attimo, ma non sfugge al telecronista che, pronto, accorre in soccorso di chi sta dietro ai monitor: “Questa - dice - è una specialità nuova, anche noi abbiamo bisogno di un certo rodaggio”. Si parla di pattinaggio sul ghiaccio, inseguimento a squadre, una new entry per i giochi olimpici. C'è pathos: i due trenini composti da tre atleti viaggiano come palle da fucile su una lama larga un millimetro e poco più. Lo spettacolo attrae e affascina anche chi ha scarsa dimestichezza con gli sport invernali. E chi, il ghiaccio, è abituato a vederlo in cubetti dentro un bicchiere.
Sono le olimpiadi, bellezza. Meglio: è la bellezza dell'olimpiadi. Che puntualmente propongono qualche cosa di nuovo e spesso, quasi sempre, di bello. Insomma: che si rinnovano.
Anche gli sport, a fermarsi, sono perduti. Quelli che adesso hanno i capelli bianchi ricordano ancora che nel calcio i pali delle porte erano quadrati e che, in campo, entravano solo in undici per squadra per cui, se uno di loro si faceva male, si giocava in dieci. Tutt'al più in dieci e... mezzo, con l'infortunato relegato all'ala sinistra anche se di mestiere faceva il libero. Qualche volte andava bene e segnava: era il goal dello zoppo. Non esiste più e i calciofili se ne sono fatta una ragione. Come hanno fatto gli appassionati di basket quando sono stati costretti a confrontarsi con il tiro da tre punti e i play-off.
Il popolo dei rally, no. Per loro, ogni nuova proposta è blasfema. Ogni cambiamento regolamentare è un attentato. Gli irriducibili del “quelli eran giorni” sono infaticabili: vegliano e piangono ventiquattr'ore al giorno per trecentosessantacinque giorni all'anno (trecentosessantasei in quelli bisestili). Com'è che abbiano ancora lacrime da versare, è un mistero. Ma le hanno e tanto basta loro ad arruolare nuovi adepti. Pure fra i giornalisti del settore.
Se ne sono lette tante, in questo inizio di stagione. C'è chi, parlando di Valentino Rossi non ha trovato di meglio che definire pseudoamatoriale la dimensione dell'ambiente dei rally. E c'è chi ha fatto da cassa di risonanza al grido di dolore di Sandro Munari con un titolo forte: Non possono più chiamarli rally. Il Drago è stato un grande e le sue opinioni meritano rispetto. Come quelle di chi grande non è stato, come tutte. Ma è almeno curioso che autorevoli giornalisti del settore - sempre pronti a esaltarsi per esaltare un sorpasso solo tentato in F.1 - intonino solenni de profundis per un mondiale rally che ha offerto un inizio di stagione comunque scoppiettante, dopo che il Montecarlo ha regalato la fantastica rimonta di Sébastien Loeb e lo Svezia il duello serratissimo fra Daniel Carlsson e Gigi Galli per la terza moneta. Di più: è preoccupante.

di Guido Rancati