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11 Gen [12:04]

Il ricordo di Hubert Auriol,
eroe dakariano per antonomasia

Alfredo Filippone

Proprio mentre è in corso la Dakar moderna in Arabia, è giunta la dolorosa notizia della scomparsa, a 68 anni, di Hubert Auriol, forse l’eroe-simobolo più ‘compiuto’ che la gara abbia mai, nella sua versione originale e più pura, quella africana. Non a caso lo chiamavano ‘l’Africain’, e in parte lo era davvero, visto che era nato ad Addis Abeba, in Etiopia, dove suo padre lavorava per la società francese che stava costruendo la ferrovia fra l’Egitto a Gibuti. Nel Corno d’Africa trascorse l’infanzia, innamorandosi per sempre degli spazi immensi, del senso di libertà che procurano, imparando a capire segreti e rischi del deserto e della savana nelle scorribande in fuoristrada o a cavallo con suo papà. Quella conoscenza gli diede davvero un qualcosa in più quando diventò un pilota di rally-raid. Accadeva spesso, soprattutto in tappe lunghe e più difficili, quelle dove bisogna navigare, spesso avvolti nella nebbia di sabbia che è il fesh-fesh, che Auriol vincesse dando una bella paga a tutti.

Ricordo un episodio di questi, in Mauritania, in una delle Dakar seguite come inviato di Rombo. Sbucò dal fesh-fesh con mezz’ora di anticipo su tutti; ai cronisti increduli disse semplicemente: “Ho seguito le orme delle gazzelle”. Era stravolto dalla fatica, aveva il volto ricoperto di sabbia, ma era sorrideva e aveva gli occhi pieni di felicità. Un’espressione che ebbe sempre, in qualsiasi frangente, e che forgiò parte del suo carisma, insieme alla sua bravura di pilota, al fisico da attore e all’eleganza della buona borghesia francese. Un alter ego di Thierry Sabine, l’ideatore della maratona francese, con cui formava un bel duo di eroi affascinanti che ci incantò tutti.

Alla Dakar partecipò sin dalla prima edizione, nel 1979, dopo aver iniziato a correre in moto nel 1973, parallelamente agli studi in Economia. La vinse nel 1981 e nel 1983, in sella a una BMW, ma forse l’episodio che lo rese famoso al pubblico mondiale fu il drammatico incidente nella penultima giornata dell’edizione 1987, quando aveva gara praticamente vinta e gli resteva soltanto la parata sul Lago Rosa dell’indomani. A 30 km dall’arrivo, il destino volle che "inciampasse" coi piedi nelle radici di un arbusto nascosti appena sotto la sabbia. Si procurò fratture scomposte alle caviglie e a una tibia, ma risalì in sella per completare la tappa, crollando dopo l’arrivo e piangendo a dirotto per il dolore e per la rabbia di non poter dare alla Cagiva l’agognata prima vittoria. “Dite a Castiglioni che l’avevamo vinta” disse stringendo i denti mentre lo caricavano sull’eli-ambulanza. Le immagini di quell’eroico calvario lo trasformarono in mito della Dakar forse ancor più delle vittorie. Tornò l’anno successivo, in macchina, e fu il primo a vincere su due e quattro ruote, grazie al successo nel 1992 con la Mitsubishi, nell’anno in cui la gara finì a Città del Capo.

Conclusa la carriera di pilota (16 in tutto le edizioni disputate) non finì il suo rapporto con la Dakar, visto che ASO lo scelse come direttore della gara, un ruolo per il quale difficilmente si sarebber potuto trovare candidato migliore, dal 1995 al 2004. Poi, fu coinvolto anche nell’Africa Eco Race e il China Grand Rally. Ultimamente, aveva curato reality di avventura per la tv francese, ma da anni lottava contro seri acciacchi di salute. Il finale è stato immesicordiosamente crudele: dopo una pesante operazione alle vertebre, aveva contratto il covid lo scorso novembre e subito il dolore della scomparsa della moglie Caroline in un incidente stradale a dicembre, prima di venir stroncato da un ictus ieri. Proprio in questi giorni esce in Francia la sua bografia, intitolata ‘TTSPP’, che era l’abbreviatura nei road book delle prime Dakar per ‘tout droit sur la piste principale’ (sempre diritto sulla pista principale), un buon epitaffio per la sua traiettoria di vita.