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Vincent Laverne

È un uomo tranquillo, Vincent Laverne. Uno di quelli che non fanno mai niente per mettersi sotto i riflettori, uno di quelli dei quali ti accorgi soltanto quando non ci sono. Sui campi di gara, da anni, sta dietro le quinte, asserragliato nel camion-comando della Peugeot Sport con le orecchie incollate alle radio e gli occhi ben piantati sui monitor. Controlla tutto, sempre. Per questo, nel clan del Leone Rampante, c'è chi lo ha ribattezzato Giano, il dio bifronte che nella mitologia romana sovregliava le porte della città.

- Dove inizia il tuo lavoro?
“Nel mio ufficio a Velizy, da dove recupero tutto quel che serve a preparare ogni trasferta. In alcuni casi, poi, sono io ad affettuare una ricognizione sul terreno per controllare che i piani studiati a tavolino possano essere realmente seguiti".

- L'evoluzione dei rally ha cambiato il tuo modo di operare?
“Pur se il format ultra-compatto dei rally di oggi può lasciare perplessi noi vecchi innamorati della specialità, bisogna ammettere che ha alleggerito in modo abbastanza considerevole il lavoro dei coordinatori. Per contro, quello che è sempre più stressante è seguire il quasi continuo mutare delle regole: per fare un esempio, in Nuova Zelanda solo mezz'ora prima del via siamo stati ufficialmente informati delle nuove norme varate dal Consiglio Mondiale...”.

- Sei stato navigatore, e da copilota hai diviso fra l'altro il successo di Jean-Pierre Nicolas al Montecarlo del 1978. Come è avvenuta la tua metamorfosi?
“Direi che si tratta di un prolungamento logico, nel senso che in entrambi i ruoli servone le stesse qualità: spirito di sintesi, metodo, concentrazione, calma, e soprattutto una gran passione. Per quel che mi riguarda, poi, penso di avere un buon carattere e questo mi aiuta a oliare gli ingranaggi per evitare problemi nei rapporti umani con gli altri componenti della squadra”.