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15 Ott [11:51]

IL PERSONAGGIO
Alessandro Bettega

Tristezza, per favore,vai via. E invece resta. Nel suo sguardo e nelle sue parole. L’avventura con la Focus World Rally Car al Tour de Corse è finita bene, ma a chi gli chiede quale è stato il momento più bello, Alessandro Bettega risponde raccontando di quando, un paio di settimane prima di sbarcare sull’isola, era andato a Cockermouth, di come era stato accolto da Malcolm Wilson e dagli uomini della M-Sport, della sua prima sgambata con la vettura disegnata da Christian Loriaux...
Il ragazzo vorrebbe riavvolgere il nastro e ricominciare tutto da capo. Riprovare le stesse emozioni forti che hanno punteggiato il suo avvicinamento al debutto nel mondiale con una top car. E anche quelle di un fine settimana che gli resterà per sempre scolpito in testa. La soddisfazione del decimo tempo con il quale aveva cominciato la gara e i complimenti che strada facendo ha raccolto in dosi sempre più massicce.
“Sono stati tutti fantastici, è stato tutto fantastico”, dice. Poi si corregge: “Proprio tutto. No. Venerdì pomeriggio ho vissuto attimi orribili”. Non pensa al testa coda che aveva fatto finire la due porte affidatagli ai margini della carreggiata, vicinissimo alla striscia d’asfalto e tuttavia imprigionata dalla mancanza totale di aderenza del fondo. Pensa a quel fil di fumo che a un certo punto aveva visto uscire da sotto il pianale: Era solo qualche rametto che, a contatto con il tubo di scarico, aveva preso fuoco, ma s’è visto perso: “Prima che spegnessimo il principio d’incendio – ricorda –ho temuto che la Focus andasse a fuoco e ho pensato a quanto costa un gioiello del genere. Ho immaginato la faccia che avrebbe fatto Malcolm Wilson e a quella di Walter Calcinotto...”.
È fatto così, il trentino. È fatto bene. Non considera che tutto gli è dovuto e forse per questo, nel Bel Paese, non ha ancora ricevuto quanto avrebbe meritato. Sa dire grazie a chi gli ha dato una mano e sa di dover ancora mangiare tanta polenta. Sperando che qualcuno gli dia modo di seguitare a farlo. Intanto ha dimostrato di saper maneggiare una vera auto da corsa. Ha subito messo dietro gente che di chilometri ne ha macinati cento, mille volte più di lui. Ha imparato in fretta a fare cose che altri che indossano casco e tuta da anni ancora non riescono a fare. A gestire le gomme, per esempio: nella seconda e nella terza tappa s’è trovato ad aggredire l’asfalto con “scarpe” troppo tenere per la situazione contingente eppure non è tornato sulle tele. I tecnici della BF Goodrich l’hanno notato e apprezzato. Quelli del Grande Ovale Blu hanno apprezzato altre cose non meno importanti. Il suo progredire chilometro dopo chilometro, la sua voglia di capire. E il suo modo di proporsi.
“È stato proprio bravo”, osserva il padre-padrone del braccio armato della Ford a cose fatte. Dopo aver riconosciuto che, fosse stato solo per lui, non l’avrebbe fatto debuttare proprio sull’isola della bellezza e dei brutti ricordi. “Ma Alessandro aveva tanto insistito – confessa – da convincermi”. Dopo le parole, i fatti. Quelli che hanno dato ragione a Bettega junior. Fra l’altro, un ottavo tempo in prova speciale da mettere in cornice. Un viatico per un futuro tutto da disegnare. Da costruire giorno dopo giorno con l’appoggio di chi ha creduto sempre in lui e magari anche di chi, folgorato sulla via di Ajaccio, ha scoperto che non è poi vero che i piloti bravi ormai nascono solo al di là delle Alpi.
“Il difficile comincia adesso...”, sospira Calcinotto. Ma aggiunge: “Io comunque seguito a lavorare per mettere insieme qualcosa di bello, di importante”. Alessandro ci spera.

di Guido Rancati