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12 Feb 2013 [17:45]

I piloti paganti dividono i team manager

Stefano Semeraro

La crisi economica anche in F.1 colpisce i team, che non investono più sui piloti ma anzi vanno in cerca solo di drivers dotati di sponsor munufici per coprire le spese. E’ opinione diffusa, oltre che una vecchia querelle di tutto il motorsport, ma quando a ribadirlo è Martin Whitmarsh, team principal del colosso McLaren, occorre drizzare le orecchie. Anche perché Whitmarsh non si limita a criticare ma propone una soluzione che parte dalle categorie propedeutiche.

«Per me ci sono troppi piloti paganti in F.1 – ha detto il boss inglese alla rivista olandese Formula 1 – Sono sicuro che è bello ed eccitante per chi può permetterselo, ma nella categoria leader dell’automibilismo mondiale non dovrebbe essere così. Con la crisi mondiale i team fanno politiche conservative, non prendono più rischi, e comunque se li prendono è per monetizzare subito, non per crescere i talenti del futuro». Un modo per frenare il fenomeno, secondo Whitmarsh esiste. «Una delle cose tristi è che nelle categorie addestrative, visto che i team pensano principalmente a fare affari, ci sono piloti paganti che restano due-tre stagioni nello stesso team. Forse si potrebbe stabilire che un pilota può restare al massimo due anni nella stessa categoria e che ogni team deve avere almeno un rookie ogni anno».

Il caso dei piloti con la valigia è tornato alla ribalta anche grazie all’ingaggio da parte della Marussia di Max Chilton e Luis Razia, entrambi in grado di portare in dotazione al team, si dice, circa 30 milioni di dollari. Sulla questione è più sfumata la posizione di Monisha Kaltenborn, la team principal della Sauber, che ammette che il lievitare dei costi è un problema che deve preoccupare tutte le scuderie, non solo le più deboli, e che occorre tutelare i piloti di talento; ma che invita nel contempo a non etichettare subito i giovani come pay-drivers.

«Nelle serie minori questo problema non si pone, perché è normale che chi corre abbia un supporto economico – sostiene la Kaltenborn – Perché allora non ragionare così anche in F.1? Però è vero che bisogna fare qualcosa per calmierare i costi, perché non possiamo sperare di avere in eterno enormi entrate grazie ai diritti tv. In F.1 è bene che corrano i migliori piloti, ma l’esempio di Sergio Perez, che viene dalla Escuderia Telmex e che grazie agli sponsor è riuscito a mettere a frutto un tirocinio importante ci deve insegnare a non avere dei pregiudizi».
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