Carlo Luciani
Il passaggio dal motorsport europeo a quello americano non è mai semplice. Due mondi apparentemente simili ma in realtà molto diversi tra loro. Ne sa qualcosa
Mick Schumacher, che dopo l’esperienza maturata nel WEC con Alpine ha sentito il richiamo delle monoposto, decidendo di proseguire la propria carriera oltreoceano, firmando con il team
Rahal Letterman Lanigan, che lo ha messo sotto contratto in
IndyCar.
Quattro gare possono dire poco in una stagione ancora lunga, ma sicuramente offrono già qualche indicazione. Le classifiche per ora dicono che il tedesco ha maturato un ritiro, un 18°, un 22° ed un 24° posto in questo avvio di campionato, risultati certamente non entusiasmanti se letti così. Piazzamenti che lo vedono al 25° ed ultimo posto in campionato, anche se qualcosa di positivo si è visto.
Già dopo il primo test dello scorso ottobre, il figlio d’arte aveva dichiarato come un suo eventuale impegno nella serie sarebbe stato completo, ovali inclusi. Proprio su quest’ultima tipologia di circuito, teoricamente il terreno più ostico per lui, è arrivato il segnale più importante: a Phoenix, alla seconda gara stagionale, ha centrato il suo miglior risultato in gara, ma soprattutto in qualifica, cogliendo un quarto posto. Un risultato che racconta di un adattamento forse più rapido del previsto proprio dove c’erano più dubbi.
Restano comunque più ombre che luci fino a questo momento, eppure, alla vigilia del campionato, Schumacher aveva descritto la IndyCar con parole piuttosto semplici: “è come una Formula 2, solo con gomme migliori”. Un paragone che nasce da alcune similitudini reali (telai monomarca Dallara e potenze simili) ma che nella pratica si è poi rivelato riduttivo.
Dal punto di vista dei risultati, il bilancio delle prime quattro gare resta però ancora lontano dai riflettori. Schumacher sta però costruendo le basi, cercando di comprendere una categoria che richiede esperienza ed una ulteriore capacità di adattamento. Lo stesso vale però anche nel percorso inverso. Ne è una dimostrazione Colton Herta, approdato in Formula 2 dopo una carriera oltreoceano, che ha incontrato non poche difficoltà già durante il primo appuntamento dell’anno in Australia.
C’è anche da dire che Schumacher non è un pilota “esplosivo”: sia nella Formula 3 europea che in Formula 2 ha costruito i propri successi col tempo, arrivando al titolo al secondo anno. Una crescita progressiva, lontana dai percorsi fulminei di altri talenti della sua generazione, Charles Leclerc e George Russell su tutti. E anche questa esperienza americana potrebbe seguire lo stesso copione.
La realtà è che la frase iniziale (sul confronto tra Formula 2 e IndyCar) va interpretata con cautela. Perché se è vero che alcune similitudini esistono, è altrettanto evidente che la IndyCar richiede forse qualcosa in più, o quantomeno di diverso. Ne sa qualcosa il team Prema, che lo scorso anno ha avuto non poche difficoltà di adattamento alla categoria, pur riuscendo a mettersi in luce con alcuni risultati di rilievo, come la pole position alla 500 miglia di Indianapolis con Robert Shwartzman.
Se la squadra veneta non ha avuto il tempo per dimostrare una crescita durante questa stagione (in attesa di capire definitivamente la sua situazione), lo stesso non si può dire di Mick Schumacher. Ci sono ancora 14 gare da disputare e proprio il tempo, guardando alla sua carriera, potrebbe essere ancora una volta il suo miglior alleato.