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8 Apr 2019 [15:13]

Bristol un flop?
I 5 errori di una NASCAR in difficoltà

Marco Cortesi

E' sempre difficile parlare di errori nel motorsport. Quando si arriva a situazioni-limite, non è mai chiaro cosa le abbia causate, quante concause ci siano state e se fossero evitabili o meno. Per quanto riguarda la NASCAR, ormai le difficoltà sono sotto gli occhi di tutti, e lo sono state in particolare a Bristol: un circuito che fino a pochi anni fa era un'arena vera e propria, piena di gente, e per la gara Cup di domenica si presentava semivuota. Un colpo al cuore per tanti appassionati della categoria, che si chiedono come sia potuto accadere, dopo gli anni di partecipazioni sovrabbondanti, crescita continua. In realtà, la situazione è così da tempo, come ammesso da molti campioni, a partire da Dale Earnhardt Jr, anche se fortunatamente i numeri televisivi almeno continuano a reggere.

Strapotere del marketing
Il fatto che i comunicati stampa arrivino dal dipartimento marketing dice già molte cose. Pur funzionando bene, e comandato da persone di grandissimo talento, il marketing della NASCAR ha avuto negli ultimi anni uno strapotere. Prima, come detto, sulla comunicazione, e poi addirittura sul lato sportivo. Il problema è che il marketing non è uno strumento esaustivo. Il marketing ama la ripetitività, la sicurezza, vuole che le cose che funzionano vengano replicate alla nausea. Vuole medie e numeri. Risultato, tante situazioni mediaticamente impeccabili, tanti piloti super politicamente corretti, prototipi dell'eroe americano da cartolina, ma dalla scarsa personalità. E anche tante storie, atteggiamenti, eventi ripetuti, uguali, gara dopo gara, anno dopo anno. Con l'addio di Tony Stewart e la... maturazione dei fratelli Busch, rimangono sempre meno nomi che si stagliano sul gruppo, in positivo o in negativo.

Una generazione di piloti che non convince
Corollario dell'errore di cui sopra, l'arrivo di nuove ondate di piloti non consolidati, magari anche per motivi di budget, ma che sono stati promossi come dei supereroi senza aver avuto dei risultati concreti. Come in tutto il mondo, le difficoltà economiche hanno portato a fare scelte difficili, ma in questo caso si ha l'impressione che vogliano essere imposte a forza come "scelte migliori possibili" quando in realtà sembrano un compromesso. Magari perché effettivamente il pilota non è all'altezza, magari anche perché non è ancora pronto per sostenere un'esposizione mediatica così accentuata, rischiando di bruciarsi. Comunicare bene necessita che sotto ci sia della... "ciccia". 

Il commerciale influenza lo sportivo
Soprattutto, ed è stato il caso degli ultimi anni, il marketing è entrato pesantemente anche nello sportivo, cercando mille modi per rendere più spettacolare qualcosa che... già lo era di default. Anzi, che era bello proprio per la semplicità e l'immediatezza. Come detto, il marketing ama le meccaniche, ma il motorsport per moltissimi versi non ha meccaniche razionali. Sono arrivate regole su regole mutevoli e di difficile comprensione. Sia per le gare, con traguardi intermedi (la gente alla fine della giornata vuole festeggiare UN solo vincitore), re-start, soste eccetera, sia per il campionato. Dopo i playoff sono arrivati i punti bonus, le eliminazioni e via discorrendo.

Gli endorsement politici
Un campionato sportivo che entra nell'arena politica supportando direttamente un candidato? Non suona positivo, ma è esattamente quello che è successo. Dopo anni impiegati per far capire alle persone che no, la NASCAR non era uno sport divisivo, mirato solo ad una "classe" di pochi americani, ma bensì inclusivo, la decisione di supportare apertamente la campagna elettorale di Donald Trump non ha spinto la categoria nella medesima direzione. Oltre ad essere profondamente sbagliato dal punto di vista morale, utilizzare lo sport in contesti politico-elettorali non paga in un periodo in cui il pubblico si spacca su molte questioni. E sostenere uno il candidato sicuramente più "tranchant", indipendentemente dall'approvazione del suo operato o meno, non ha aiutato a dare un'immagine di inclusività. Tanto più se l'autore numero uno di tale endorsement, poco dopo, viene "pizzicato" a fare il cattivo ragazzo e rimosso dalla leadership aziendale passando in poche ore da cieca fiducia a massimo biasimo. 

La guerra all'IndyCar
In un panorama innegabilmente dualistico, la NASCAR ha messo in atto una politica fortemente antagonista nei confronti della IndyCar, che negli anni 90 ci ha messo del suo per perdere la propria leadership. Utilizzando un quasi-monopolio nella proprietà dei principali ovali, la serie stock-car non ha mai dichiarato guerra, ma ha sicuramente evitato di collaborare alla crescita reciproca anche se gli spazi ci sarebbero stati. Viceversa, l'IndyCar di recente sembra avere azzeccato molte scelte. A partire da quella della vettura, che alla performance pura predilige lo spettacolo di guida e l'impatto estetico, fino alla linea di comunicazione, originale e che valorizza anche le particolarità e le piccole follìe dei suoi protagonisti. Sui numeri assoluti, l'IndyCar rimane una "formica" ma, un passo dopo l'altro, i trend opposti si incrociano sempre...