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2 Ott 2017 [0:13]

Ferrari, così non si fa!

Stefano Semeraro - Photo 4

La Ferrari c'è, ma non vince. Anzi, continua a perdere terreno quando in teoria avrebbe una macchina sicuramente competitiva se non in parecchie condizioni migliore della concorrenza. È una conclusione che ricorda da vicino la formula che si usa negli sport individuali: «Gran giocatore: se avesse anche la testa...». Oppure: «Grande tecnica: peccato gli manchi il fisico...».

La Rossa vista a Singapore e rivista in Malesia è così, un potenziale colosso dai piedi argillosi. Se a Singapore era stata la frenesia di Sebastian Vettel e Kimi Raikkonen a compromettere il risultato, stavolta è stata la macchina (il fisico) a spegnere i sogni di gloria della Scuderia: per il GP e, a questo punto, temiamo anche per il Mondiale. Non sarà contento Sergio Marchionne, uomo di grandi ambizioni e di grande pragmatismo, che delle belle prestazioni, delle vittorie morali e delle onorevoli sconfitte se ne fa ben poco. Quest'anno l'obiettivo era vincere, e con cinque gare ancora da correre, 125 punti in palio e 34 di distacco di Vettel da Hamilton, si sta allontanando vertiginosamente.

I problemi alla power unit che hanno frenato Vettel nelle qualifiche e bloccato Raikkonen sulla griglia della gara, di qualunque natura siano, purtroppo sono gravissimi e difficilmente giustificabili – a questo punto della stagione – per una scuderia del blasone della Ferrari che sta lottando per il titolo. Soprattutto è grave che, stando alle dichiarazioni del dopo gara, nemmeno il muretto abbia capito bene dove stia il guaio.

«Non so cosa è successo», ha spiegato amaro Kimi. «Anche se per fermarci deve essere stato un problema grave. Uscire così fa male perché la macchina era competitiva e ci stava un bel risultato, non so dire se la vittoria, come ha dimostrato Sebastian. È la prima volta che mi succede una cosa del genere, al momento non sappiamo cosa ha bloccato entrambe le monoposto».

Poi, certo, c'è stata la gran gara di Vettel, che ha rimontato dall'ultima posizione fino all'anticamera del podio. Ci possono stare i rimpianti per il duello con Daniel Ricciardo, per Fernando Alonso che ha chiuso la porta, rallentando il suo erede a Maranello, con tigna, ma non scorrettamente. Un podio avrebbe fatto morale, e regalato qualche punto in più, ma non avrebbe cambiato la situazione. Resta il fatto che nel momento in cui la Ferrari avrebbe dovuto correre tutti i Gran Premi senza sbagliare nulla per sperare nella rimonta, ha finito per concedere molto, quasi tutto, al 'ragionier' Hamilton.

«Non è stata una gara facile», ha ammesso Vettel. «In partenza ho rischiato un contatto con la Toro Rosso di Gasly, poi fino a quando avevo davanti avversari che potevano sfuttare il DRS ho faticato. Una volta passato Fernando le cose sono andate meglio. Se mi ha chiuso nel doppiaggio? Stavolta gli è andata bene, la prossima volta magari andrà diversamente: non mi sembra che sia il fan del Cavallino che dice di essere. Peccato che Kimi non abbia potuto correre, di solito l'affidabilità è un nostro punto forte».

Davanti ad un flop del genere non bisogna dimenticare lo sforzo fatto dai meccanici Ferrari il sabato per cambiare il motore di Vettel in appena due ore, ma paradossalmente i meriti del team diventano un motivo di ancora maggiore amarezza. E il nervosismo di Vettel che dopo la bandiera è andato ad incrociarsi con Lance Stroll un po' di preoccupazione – oltre alla possibile beffa della penalità per sostituzione del cambio danneggiato – la fa venire.

«Per tutto il weekend la nostra macchina ha mostrato di essere estremamente competitiva», ha dichiarato Maurizio Arrivabene. «Ma il GP di Malesia è stato il più difficile dell'anno. Abbiamo lavorato con uno sforzo incredibile, la strategia era perfetta, quindi abbiamo un motivo in più per crederci e lottare fino alla fine». Fino a che l'aritmetica non ci condannerà, come dicono spesso nel calcio gli allenatori che sanno, o temono, di aver già perso.
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