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4 Lug 2013 [19:03]

La lezione inglese di Silverstone
La pochezza del movimento tricolore

Massimo Costa

No, questa volta non ci riferiamo alle esplosioni delle gomme Pirelli sul tracciato britannico, ma ai risultati puramente sportivi che sono emersi nel fine settimana di Silverstone. Che hanno esaltato la scuola inglese del motorsport. Una vera e propria lezione quella che è arrivata dalla Gran Bretagna. Prima di tutto, con Lewis Hamilton in pole nel GP di F.1, poi Sam Bird e Jon Lancaster vincitori delle due gare della GP2, Jack Harvey primo nella gara 1 della GP3 e Nick Yelloly secondo nella successiva corsa, dove è emerso l'italiano Giovanni Venturini.

Piloti di diversa estrazione, con alle spalle storie anche lontane tra di loro, ma dal piede pesante, che danno del tu alla vittoria. Piloti che sono delle certezze (Hamilton e Bird), altri che parevano annientati (Lancaster), altri che hanno le spalle coperte da sponsor più o meno importanti come Harvey, vedi la Racing Steps Foundation, e Yelloly. Un vincente in ogni categoria e il discorso può essere esteso, rimanendo in GP2, a James Calado che sta vivendo un momento difficile, ma che nel 2012 è stato la grande rivelazione della categoria, per poi allargarlo alla World Series Renault, dove Will Stevens sta progredendo molto bene, alla F.3 europea con Alex Lynn e Jordan King che pungono, alla Eurocup F.Renault dove Oliver Rowland e Jake Dennis stanno convincendo.

In Gran Bretagna il motorsport pulsa, c'è attenzione per i giovani non solo da parte della federazione, ma anche dei team manager delle squadre minori che spesso aiutano i loro connazionali, degli sponsor che investono volentieri su un giovane indigeno nonostante la presenza della maggior parte dei team F.1 che potrebbero distrarre le aziende. Del pubblico che è appassionato di motorsport, è competente, conosce piloti e team delle serie inferiori. E non come accade in Italia dove i veri amanti delle quattro ruote che frequentano gli autodromi con assiduità sono un piccolo e genuino gruppo, ma con essi a stento si riempiono due-tre tribune di Monza. Niente a che vedere con i "ferraristi".

Con una sola parola si può riassumere la situazione attuale del motorsport britannico: cultura. E che rabbia però. Perché proprio da noi, nella nostra Italia, in una bretella di 200 km, si trovano partendo da est verso ovest, Ferrari, Dallara e Tatuus, un polo tecnologico invincibile. Inutile ricordare come Dallara e Tatuus abbiano praticamente eliminato dal mondo delle formule i costruttori inglesi, americani o francesi proiettando sulle piste le loro monoposto (dalla Indycar alla F.Renault 2.0 non c'è storia), ma anche una miriade di ragazzi diplomati in ingegneria di altissimo livello e qualità.

Un patrimonio favoloso e che tutti ci invidiano, ma che non riesce a trasferirsi su coloro che in pista indossano il casco. Siamo senza piloti nel mondiale di F.1 da un paio di stagioni e ormai non ci facciamo più caso, sembra essere diventata abitudine. Il campione della GP2, certo non più giovanissimo, Davide Valsecchi è rimasto a guardare e fa i commenti dai box Lotus per Sky come Luca Filippi trasformatosi in (ottimo) inviato. Dietro di loro si agitano ragazzi volenterosi, ma che non appartengono a programmi di F.1 e comunque faticano ad emergere con le proprie forze. Proprio lo scorso weekend è rimasto a piedi, in GP2, Kevin Giovesi.

Mancano gli sponsor, manca soprattutto un ente (la federazione magari?) che trovi dei finanziamenti. Certo abbiamo Raffaele Marciello e Antonio Fuoco che promettono grandi cose grazie al lavoro del Ferrari Driver Academy, ma davanti e... di fianco a loro, tutti gli altri fanno salti tripli per portare a termine la stagione. Con l'ACI CSAI che si volta dall'altra parte. Tanto per fare un esempio, Venturini primo vincitore italiano della storia della GP3 non è minimamente stato contattato dalla Federazione Italiana. Anche per un semplice "complimenti" o un "grazie".

Sorge dunque spontanea una domanda: perché al contrario del mondo delle formule nelle due ruote tricolori c'è grande vivacità? Perché esiste un Team Italia che investe 3,5 milioni di euro di cui 800mila sborsati dalla Federazione Motociclistica Italiana? Sono forse più bravi? Evidentemente sì. Locatelli, ex pilota, è responsabile del Team Italia, poi sono coinvolti altri ex come Gianola, Migliorati, Romboni, Sabbatani, distribuiti nelle varie categorie per giovani dove il loro lavoro è quello di scovare i più bravi. A quanto pare, senza badare alle raccomandazioni, senza raccontare false promesse, senza proporre contratti manageriali personali, e capestri, di cinque-sei-sette anni. Chi opera nelle due ruote è dunque gente esperta che pensa alla salvaguardia del movimento tricolore, nel nostro mondo è esattamente l'opposto. E finché la dirigenza ACI-CSAI lo permette...
gdlracingTatuus