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14 Ott [14:35]

Il commento di Alberto Sabbatini
Perché è ingiusto criticare Hamilton

Alberto Sabbatini - XPB Images

Non se ne può più di leggere offese su Lewis Hamilton. Da quando ha vinto il 91° Gran Premio eguagliando Michael Schumacher, gran parte degli italiani ha scatenato il proprio livore sul web e su Facebook per metterne in ombra le capacità. Che vergogna! Le frasi più delicate sono che il suo record non vale nulla, che non è un campione, non si merita il primato, che è un ladro (lui e la Mercedes), che ha rubato Gran Premi e titoli mondiali. E via di seguito. Soltanto perché ha il torto di guidare una macchina supersonica ed aver vinto tanto. Forse troppo. L’aver eguagliato il record di vittorie di un mito della F1 come Schumi ha poi reso Hamilton ancora più antipatico agli occhi degli italiani che vivono questa vicenda come una sorta di lesa maestà. Quando, invece, tutta la famiglia Schumacher lo ha omaggiato regalandogli il casco del Kaiser. Credo che l’emozione spontanea con cui Hamilton si rimirava in mondovisione quel regalo così inatteso rappresenti invece un ulteriore omaggio alla figura di Schumacher e a quello che il suo nome ancora rappresenta per la storia della F1.

Le offese ad Hamilton però sono rimaste. Sono palesi sul web. Le trovate ovunque. Che tristezza quando in uno sport le imprese sportive, invece di unire gli appassionati, li dividono. Non è più sport, diventa fanatismo. Mi vergogno a pensare che l’automobilismo, il “mio” automobilismo, quello che ammirava e rispettava i “cavalieri del rischio” qualsiasi fosse l’automobile che guidavano perché l’uomo contava più del mezzo e del campanilismo, debba mettersi a imparare dal calcio. Sì, proprio dal calcio, quella specialità tanto vituperata che è stata per tanti anni scuola di odio, ma che è riuscita due anni fa a dare una lezione di stile ai tifosi di F1. Ricordate? Quando Ronaldo, che ancora giocava nel Real Madrid, fece un gol favoloso in rovesciata a Torino contro la Juve. I tifosi bianconeri, annichiliti, pur delusi lo applaudirono a scena aperta. Anche se quel gol li eliminava dalla Champions League. Perché il gesto atletico, quando è un capolavoro, non si discute ma si ammira. Punto e basta.

Hamilton e il capolavoro su 3 ruote di Silverstone
Senna, tanto per fare un esempio, godeva di un tifo trasversale. Era rispettato e ammirato da tutti. Dagli inglesi come dagli italiani. Anche se guidava contro la Ferrari e batteva le Rosse. Hamilton, invece, non è riconosciuto come campione al di sopra di tutte le fazioni. Ha vinto 91 GP e quasi sette titoli mondiali, eppure se ne discute ancora la bravura. Quando ha trionfato a Silverstone su tre ruote, ha compiuto un capolavoro. Certo, non equiparabile per rischiosità a Nuvolari che correva la Mille Miglia a fari spenti nella notte per prendere di sorpresa gli avversari oppure tagliava il traguardo con il volante staccato, girando lo sterzo con una chiave inglese. Ma quelle sono avventure epiche di corse d’altri tempi.

Per la F1 contemporanea così precisa e scientifica, l’impresa di Hamilton – compiere un giro su tre ruote gestendo la gomma che si stava sbriciolando e tagliare il traguardo – è comunque qualcosa di memorabile. Eppure quella vittoria è stata sminuita. Dopo il successo del Nurburgring che lo ha portato ad eguagliare i 91 trionfi di Schumacher, Lewis è stato più dileggiato che applaudito. E Dio solo sa che diranno di lui quando raggiungerà quota cento vittorie (perché ci arriverà, è scontato) o quando conquisterà matematicamente a novembre (forse già nel weekend del GP di Imola) il settimo titolo mondiale come Schumacher.

Lewis merita le vittorie e i record che ha raccolto
Purtroppo chi contesta Hamilton è il tipico tifoso italiano che non capisce di corse e parla accecato dal tifo. Per cui, io voglio andare controcorrente e voglio spezzare una lancia in favore di Hamilton e i suoi 91 gran premi vinti. Alla faccia di chi la pensa diversamente. Che non lo faranno il più grande pilota della storia ma lo proiettano – sempre secondo me – me fra i top di sempre. Di Hamilton si può dire tutto. Criticare le sue treccine, i tatuaggi, la sua passione per ostentare abiti sgargianti e di cattivo gusto oppure discutere il modo in cui usa la propria popolarità planetaria per risvegliare l’attenzione su certe battaglie politiche e sociali scomode come quella di “Black Lives Matter”. Anche quel suo polemizzare continuamente il razzismo a noi italiani pare eccessivo. Ma politica a parte, non si può negare che Hamilton abbia un talento immenso e si meriti le vittorie ed i record che ha raccolto.

Quello che fa grande Hamilton non sono tanto i 91 GP vinti in carriera, quanto e soprattutto quei quattro gran premi vinti da esordiente assoluto. Nel 2007. Quando aveva come compagno di squadra un mostro sacro e bi-campione del mondo come Fernando Alonso, eppure lui si permise di batterlo. Non solo: lo fece andare talmente fuori di senno per come riusciva ad essere più veloce di lui che Fernando, per riuscire a tenere testa a Lewis, ricorse a tutto il suo repertorio di scorrettezze. Come fargli ritardare il pit stop al GP d’Ungheria ostruendo la piazzola di sosta senza motivo, o scatenare la guerra della spy story per far dispetto alla McLaren e amenità del genere.

Sapete quanti sono i piloti che hanno vinto un Gran Premio F1 nella stagione del debutto come Hamilton? Si contano sulle dita di una mano. Senza andare agli albori ai vari Baghetti (un vero recordman: vinse alla sua prima gara!!) o Fangio, diciamo che in epoca moderna – dopo gli anni Settanta – ci sono soltanto Stewart, Regazzoni, Fittipaldi, Montoya e Jacques Villeneuve oltre ad Hamilton che hanno vinto un GP nell’anno del debutto. Nemmeno Senna (anche se sfiorò la vittoria a Monaco ‘84), Alonso, Vettel, Schumacher e altri pluri iridati ce l’hanno mai fatta. Hamilton sì. Qualcosa vorrà dire, no?

Nessun compagno di squadra lo ha battuto in quanto a successi
Sento già la voce critica in lontananza: eh, sì ma guidava una macchina vincente come la McLaren. Perché Schumacher non ha fatto 17 gare con la Benetton che proprio un catenaccio non era prima di vincere? E Villeneuve non aveva l’imbattibile Williams? O Fittipaldi non vinse al suo quarto GP in assoluto con la Lotus 72 che era la F1 iridata all’epoca? Trovatemi voi un pilota che ha vinto dei GP con una carretta. E poi dai, diciamoci la verità. La grandezza di un pilota, da che mondo è mondo, la fa il confronto col compagno di squadra. Perché lì si corre con la stessa macchina, non ci sono storie. La sfida è alla pari. E Hamilton i suoi compagni di team a pari macchina li ha triturati quasi tutti. A partire da Alonso nel 2007. Due sole volte ha preso la paga in campionato da chi guidava un’auto come la sua: da Button nel 2011 e da Rosberg nel 2016. È capitato anche a Fangio, Clark, Senna e Prost perdere in un’annata contro il compagno di squadra.

Ma in tutte e due le occasioni in cui è arrivato dietro al suo compagno in campionato, Hamilton è stato sconfitto ai punti, non per vittorie. 3 a 3 con Button, 10 a 9 contro Rosberg. Invece sono più le volte in cui li ha battuti che quelle in cui è stato battuto. Nel triennio di McLaren al fianco di Button, Lewis ha vinto 10 GP contro gli 8 di Jenson, nei quattro anni Mercedes contro Nico ha conquistato 32 vittorie contro 22. E comunque i compagni di squadra di Hamilton sono stati quasi sempre piloti scomodi, ostici e velocissimi. Dei campioni del mondo. Mica gli sparring partner che si sceglieva Schumacher in Benetton e in Ferrari per essere prima guida. Hamilton, fino all’epoca Bottas, non ha mai potuto godere dei privilegi dell’ordine di squadra. Un vantaggio non indifferente per impostare la propria corsa nel modo più competitivo e meno stressante.

Hamilton ha vinto un GP in ogni anno di carriera
Infine, c’è anche un’altra qualità di Hamilton che va sottolineata: ha sempre vinto almeno un Gran Premio in ogni anno di carriera. Dal 2007 ad oggi. Non è una cosa di poco conto. Significa che anche quando ha dovuto correre con la macchina inferiore, è sempre riuscito a inventarsi qualcosa di speciale. Qualche lampo di genio grazie al suo talento. Una qualità che soltanto i grandi campioni posseggono. Sfruttare quell’unica opportunità sotto forma di pioggia o imprevisti vari che il destino ti mette casualmente davanti quando corri con un mezzo impari. E allora il campione è tale se sa dare la zampata vincente. Come fece Senna con la poco competitiva McLaren-Ford del 1993 a Donington, come riuscì a fare Schumacher con la scarsa Ferrari del 1996 a Barcellona. Come ha fatto Hamilton a Singapore nel 2009. Cancellare l’ignominia della stagione a bocca asciutta. Quello che non è riuscito ad Alonso nel 2014 e a Vettel nel 2016 con la Ferrari.

Detto questo, le 91 vittorie di Hamilton non bastano a farne davvero il numero uno di sempre perché in F1 i numeri non sono tutti uguali. È impossibile stabilire con autorevole sicurezza che i 91 GP vinti da Lewis valgano come prestigio e difficoltà quanto quelli di Schumacher o più dei 51 vinti da Prost, dei 41 di Senna o dei 25 di Clark o dei 24 conquistati da Fangio che correvano contro avversari più ostici e senza mai il vantaggio della macchina superiore. Il passato non si può confrontare col presente. Anche se sempre di corse di automobili si tratta, sono differenti le condizioni in cui è maturato il risultato. È diverso il livello degli avversari e anche la performance delle varie macchine.

La bravura dei piloti non si misura soltanto con la somma delle vittorie. Poi il cambiamento dei punti assegnati in F1 dopo il 2010, il progressivo moltiplicarsi delle gare, ha distrutto la possibilità di fare paragoni col passato. Hamilton e Schumacher hanno vinto 91 GP, cioé il doppio di Senna e Prost. Più del triplo di Stewart, Fangio, Lauda e Clark. Dobbiamo da questo desumere che valgono più di loro? Ovviamente no. Per dimostrare quanto siano fuorvianti certi numeri, vi dico solo questo: Bottas, con la pole in Germania, ha raggiunto quota 14 pole position. Come Alberto Ascari. Un grande della F1 anni Cinquanta. Ma a nessun appassionato sano di mente verrebbe da dire che il timido Bottas vale quanto Ascari. Né per valore né per personalità.  

Alberto Sabbatini, già inviato F1 per la Gazzetta dello Sport, direttore di Rombo e Autosprint, scrive per noi


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