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22 Ott 2022 [23:50]

Il mondo del motorsport (e non solo)
piange Mateschitz, mister Red Bull

Jacopo Rubino - XPB Images

Non è stato un pilota, in verità nemmeno un team principal o un dirigente sportivo, ma adesso possiamo dirlo: ha lasciato un segno nel motorsport indelebile. A 78 anni se n'è andato Dietrich Mateschitz, il creatore e padrone dell'impero Red Bull. Che non è solo il team oggi al vertice della Formula 1, vincitore in tutto di 10 titoli Mondiali, ma molto di più, forte di un patrimonio stimato di quasi 27 miliardi dollari.

Sarebbe già da leggenda pensare che, un'azienda produttrice di drink energetici, giunta a vendere 8 miliardi di lattine e a detenere il 35 per cento del proprio mercato mondiale, sia arrivata ad allestire una scuderia tanto vincente. Di fatto, ci ha messo cinque anni. Dall'acquisto della ex Jaguar, a fine 2004, già nel 2009 arrivò a giocarsi il titolo con Sebastian Vettel. Che poi, nel periodo 2010-2013, salì sul trono, spesso dominando.

Laureato in marketing, Mateschitz fondò l'azienda Red Bull nel 1984, per portare in Europa una bibita di origine thailandese, la Krating Daeng, dopo l'incontro con il magnate Chaleo Yoovidhya. Da allora, tra investimenti pubblicitari, sponsorizzazioni nello sport e nella musica, il drink, sempre più bevuto e venduto, è stato la benzina per costruire un colosso capace di operare con successo in diversi rami di attività. Tra questi, il motorsport.

Il primo passo per entrare in questo mondo (anzi, nello sport) fu quello di sponsorizzare nel 1989 Gerhard Berger, all'epoca l'austriaco più veloce di tutti... nonché ferrarista: bizzarro a ripensarci adesso. Nel 1995 venne avviata la sponsorizzazione alla Sauber, durata fino al 2004, quando l'azienda austriaca stava già allargando la sua presenza con la creazione dello junior team, la filiera, affidata al consulente Helmut Marko, per sostenere e portare nuovi nomi in F1. Nella prima "infornata", anno 2001, c'erano anche Christian Klien, altro austriaco, e un 13enne Sebastian Vettel.



Da allora, il vivaio Red Bull ha promosso in F1 15 piloti (7 compongono l'attuale griglia), ma ne ha "scartati" anche molti altri. E a un certo punto, per offrire più chance, la Red Bull si è dotata di una squadra satellite, che ne ha aumentato il peso politico: nel 2005 venne acquistata l'italiana Minardi, trasformata dal 2006 in Toro Rosso e nel 2020 in AlphaTauri, marchio di abbigliamento della "galassia". Anche in questo si capisce la crescente potenza economica Red Bull, con la Toro Rosso a togliersi il lusso di vincere un Gran Premio addirittura prima della scuderia maggiore, in quell'indimencabile weekend del 2008 a Monza proprio con Vettel. E poi, dodici anni dopo, sulla stessa pista, il bis con Pierre Gasly.

E adesso la Red Bull arriverà addirittura a diventare costruttore completo, realizzando i proprio i motori a Milton Keynes dopo avere allestito un reparto dedicato, per essere padrona fino in fondo del proprio destino dopo il disimpegno della Honda, che però forse dal 2026 potrebbe tornare in forma ufficiale. Una mossa coraggiosa, ma possibile grazie a grandi disponibilità economiche, con tanti ingegneri strappati alla rivale Mercedes, e permettendosi addirittura di rifiutare un accordo con Porsche. Da alcuni mesi le condizioni di salute di Mateschitz erano considerate precarie, e forse non ha avuto modo di seguire fino in fondo la trattativa sfumata con la Casa tedesca.

A un Gran Premio, come sempre in abiti borghesi, lo abbiamo visto per l'ultima volta nel 2019, nel "giardino di casa" del Red Bull Ring, ossia il circuito di Spielberg (ex Zeltweg) acquistato e riportato a nuova vita dopo anni di incuria e abbandono. Sempre con il metodo Red Bull. Mateschitz è apparso spesso un'eminenza silente, che raramente ha concesso interviste. Adesso ci sarà da capire come proseguirà l'impero Red Bull senza il suo artefice, ma la sensazione (almeno nel motorsport) è che abbia sempre saputo delegare e fidarsi delle persone scelte, senza interferire eccessivamente.

Negli anni ci siamo abituati a vedere un po' ovunque, in qualsiasi campionato a quattro o due ruote, un logo Red Bull, su una carrozzeria, su una carena, su un casco, su una tuta o almeno un cappellino, a supporto di un team o di un pilota. In un certo senso, Red Bull è stata ciò che in passato erano per le corse i marchi tabaccai: onnipresente. E spesso, essa stessa creatrice di eventi, di iniziative per catturare l'attenzione, per avvicinare lo sport alla gente grazie a una fenomenologia commerciale che poteva sembrare persino filantropia, come negli innumerevoli show cittadini.

La dipartita avviene in un momento quantomeno delicato, con il caso budget cap a tenere banco e l'onta di sanzioni in arrivo dalla FIA, ma anche alla vigilia del weekend in cui la Red Bull potrebbe di nuovo aggiudicarsi il Mondiale Costruttori di F1 dopo nove anni, dopo il secondo titolo piloti con Max Verstappen, centrato al Gran Premio del Giappone. "Per fortuna è riuscito a vederlo", ha commentato il team principal Christian Horner, presente sin dal 2005. "Era incredibilmente orgoglioso della squadra, e di tutto ciò che abbiamo ottenuto. Era la nostra spina dorsale".

"Quello che ha fatto nello sport non è secondo a nessuno. In tanti dobbiamo essergli grati per le opportunità che ha offerto, per la visione che avuto, per non essere mai stato spaventato di inseguire i propri sogni".
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