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5 Nov 2019 [8:28]

Indy entra nell'era Penske
Una sfida economica e politica

Marco Cortesi

Inizia per l'IndyCar una nuova era, questo è sicuro. Con l'annuncio dell'acquisto da parte della Penske Corporation dell'IndyCar e dell'Indianapolis Motor Speedway, si interrompe una storia di oltre 70 anni iniziata con la cessione della pista alla famiglia Hulman. Ma quali sono gli elementi chiave?

La famiglia Hulman-George si disimpegna
Come si è arrivati a questo punto? Il fatto che la famiglia Hulman-George avesse già venduto la propria attività più antica, quella del lievito Clabber Girl posseduta fin dall'800, lasciava intendere che non ci fossero più le possibilità anche finanziarie di investire nella crescita di Indy. Dopo la scomparsa della matriarca Mari Hulman-George lo scorso anno, sono arrivate le alienazioni delle attività di famiglia, e quindi anche per l’IndyCar l’idea era nell’aria. Continuare a sopravvivere - e basta - avrebbe avuto poco senso. Come ha detto Tony George "Abbiamo portato Indy fin dove abbiamo potuto" ma per tornare al top del motorsport USA e dello sport in generale serviva qualcosa in più. E la famiglia Hulman-George ha deciso di lasciare ad altri il timone, capitalizzando per quanto possibile.

C'erano stati rumor su un possibile acquisto da parte di un gruppo media, similarmente a quanto avvenuto con Liberty e la F1, ma alla fine, forse quadrando il cerchio, l'accordo è stato proposto a Roger Penske, che ha accettato. Va detto che Per lui non si tratta di una novità, dato che già in passato aveva gestito Michigan, Fontana (che aveva contribuito a realizzare), Rockingham, Nazareth e Homestead. La Penske Corporation da anni organizza il Grand Prix di Detroit, oltre alle numerose altre attività con decine di migliaia di dipendenti tra engineering, trasporti, e concessionari d’auto presenti anche in Italia.

Nuove idee e risorse per lo Speedway e l'IndyCar
Investimenti si è detto. Penske ha intenzione di dedicare tempo e risorse a questo progetto, comprendendo probabilmente anche un rilancio immobiliare e di servizi dell'area dello Speedway. Si vuole portare "più intrattenimento" e tali risorse non sarebbero potute arrivare dalla famiglia George. Si parla di hotel, attrazioni, lounge, e forse di un sistema di illuminazione che possa permettere la disputa di gare in notturna. Magari, ipotesi lanciata così su due piedi, cercare di riavere la Formula 1 o organizzare una grande classica endurance.

Per l'IndyCar l'obiettivo sarà quello di "elevare" il campionato, ascoltando e dando "una possibilità" di dire la loro ai Team Manager della serie con la massima trasparenza. Pur con la crescita già visibile, servirà puntare in alto considerando che la situazione di partenza, dopo il divorzio e la riappacificiazione tra Indy e CART o ChampCar, rappresentava quasi uno... zero.

Per il Capitano una sfida straordinaria
Penske, che va per gli 83 anni, vede probabilmente questa come la sua ultima grande sfida, avendo già tracciato le linee di successione sia per le sue aziende che per la sua scuderia col coinvolgimento dei figli Roger Jr. e Greg, e del fido Tim Cindric. Tra l'altro, ha spiegato che non sarà più al muretto, pur continuando a lavorare sulla squadra insieme allo stesso Cindric. Viceversa George, apparso provato e dispiaciuto, ha invece spiegato di voler restare nell'ambiente, magari con una scuderia.

Dal punto di vista organizzativo, il team di lavoro dovrebbe rimanere lo stesso del recente passato. “Il business sta funzionando - ha spiegato il nuovo boss - e la squadra attuale ha fatto un lavoro egregio. Noi vogliamo diventare uno strumento a supporto". Mark Miles rimane quindi al comando, ma la valutazione dei possibili upgrade (una top-10 delle necessità) partirà subito, con il contratto che verrà concluso intorno a gennaio una volta avuto l'OK delle autorità. Questo, ovviamente per la prima fase: impensabile che un cambio al vertice così non porti uno scossone nei rapporti e nella programmazione. 

Attenzione alla politica sotterranea

Nel prendere in carico l'IndyCar e lo Speedway, il Capitano ha avuto - almeno a parole - il supporto dei principali rivali, a partire da Chip Ganassi e Michael Andretti, che guardano con fiducia un approccio più imprenditoriale, e ha spiegato di non temere il conflitto di interessi in quanto "L’integrità dello sport è parte del suo valore". Ma sarebbe ingenuo non aspettarsi anche scenari conflittuali. E' certo che alcune decisioni che riguardavano l’IndyCar, in passato sembravano essere state prese anche per tutelare tradizioni e rapporti, lo status quo. Ora la voglia di gestire le cose in modo più… manageriale potrebbe mettere in discussione alcuni aspetti.

Se ricordiamo, nel 2012 l’allora CEO IndyCar Randy Bernard fu licenziato per avere, tra le altre cose, tentato di cambiare troppo, con idee “di rottura”. Ad esempio, mettendo in discussione la fornitura di gomme Firestone, ed entrando in conflitto con i team. Allora, Roger Penske fu uno dei pochi a difenderlo e ad esprimere dispiacere per il suo allontanamento. Non è un caso che l'annuncio arrivi a poche ore dalla manifestazione di interesse della Honda verso la NASCAR: letta col senno di oggi, quella notizia sembra già un modo di voler far pendere la bilancia dalla propria parte. Il tutto, già pensando all'elaborazione dei futuri regolamenti, prefigura un periodo cruciale dal punto di vista politico, non solo economico.

L'acquisizione annunciata ieri porterà probabilmente a delle conseguenze nel rapporto NASCAR-IndyCar. Finora, al di fuori di minime sinergie, la categoria Stock-Car ha spesso messo in difficoltà i rivali, ad esempio con il quasi-monopolio sui circuiti ovali. Oltre ad essere pluricampione sia in NASCAR che in IMSA, Penske è però uno di quegli imprenditori che è meglio farsi amici a prescindere...
DALLARA