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12 Giu 2011 [16:01]

Le Mans - Il commento
Una qualifica lunga 24 ore

Stefano Semeraro

Le Mans ti strappa il cuore e le vene, tutto toglie, tutto regala. Ed è tutto vero. Un vortice che ti travolge, ti fa lacrimare per la bellezza e la tensione. Un atto di amore e di passione: senza plastica, senza regole posticce. Senza il viagra delle corse – il Kers, l’ala mobile – che la F.1 deve assumere da anni per provare a raggiungere le emozioni allo stato puro che la gara più bella del mondo, ogni anno, riesce a concentrare in 24 Ore di una corsa che è insieme teatro e vita vissuta, copione e sofferenza.

L’Audi ha ancora una volta trionfato sulla Sarthe, alla fine di una qualifica durata un giorno, di una edizione storica, che si fatica a descrivere, conclusa con 14 secondi di distacco dalla Peugeot, un soffio, un margine irreale e fantastico, il più ridotto della storia moderna che migliora i 41 secondi con cui nel 2004 Capello, Kristensen e Ara staccarono sul traguardo la seconda delle Audi R8.
Una battaglia iniziata con il drammatico incidente di McNish, che ha tolto anche a Capello e Kristensen la possibilità di mettere piede in pista; continuata con quello spaventoso di Rockenfeller nella notte madre.

Resa struggente dal ritiro e dalle lacrime di Pescarolo. Glorificata da un Treluyer quasi mistico, invasato (uno stint mattutino di 3 ore e venti) che insieme a Lotterer e (in misura minore) a Fassler ha battagliato contro le tre Peugeot – poi rimaste due dopo il botto di Wurz - e un Pagenaud indomito, contro l’enfant du pays Bourdais di nuovo beffato nella gara che più desidera al mondo. Ventiquattro ore farcite da sorpassi al limite, spesso oltre, con un ritmo da Belzebù, da notte sul Monte Calvo, ruota a ruota, scarico a scarico. Per l’Audi è il decimo sigillo (dal 2000), uno di più della Ferrari, a sei dal record assoluto della Porsche.

Per la Peugeot l’ennesima delusione, condensata nelle lacrime strappacuore di Olivier Quesnel, consolato a fine gara da Hugues de Chaunac. I francesi avevano puntato su consumi ridotti, che valevano un giro in più. I tedeschi hanno risposto con una vettura nuova, l’Audi R18, per la prima volta coperta, eppure già strabiliante. Capace di risparmiare anche lei: ma sugli pneumatici. La strada per la vittoria passava attraverso una intensità di guida da Schumacher dei bei tempi: l’endurance trasformato in gara sprint. Nonostante le due macchine messe fuori combattimento dagli incidenti, l’organizzazione, l’esperienza, la forza di volontà e il genio tecnologico e strategico dei tedeschi l’hanno spuntata ancora una volta.

Ormai Audi è la Le Mans, bisogna dirlo. E la vittoria di oggi, arrivata dopo colpi di scena e extrasistole agonistiche che avrebbero fatto saltare i nervi a chiunque, è l’ennesima spiegazione di perché la Casa degli Anelli non senta il bisogno di entrare in F.1. Vincere una gara così, che scavalca i limiti dello sport e dello spettacolo – 249.500 spettatori in tre giorni - che ogni anno sa replicare la leggenda, ripaga di ogni sforzo. Chi, dopo averla vissuta, avrebbe voglia di scendere dal palscoscenico della Scala del motorsport, per entrare in un circo pieno di noia e confusione? E allora benvenuto sia, l’anno prossimo, il ritorno del Mondiale Endurance. E benedetta sia, per altri 80 anni, la gara più bella del mondo.