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24 Giu 2026 [20:37]

Le confidenze di Vettel al NYT
"Il giorno dopo Hubert non volevo correre"

XPB Images

Il ritiro di Sebastian Vettel dalla Formula 1, categoria che lo ha visto per quattro volte vincitore di un Mondiale (dal 2010 al 2013 alla guida della Red Bull-Renault), è ormai realtà di quattro anni fa. Ma la sua presenza riecheggia ancora con forza nelle menti e nei cuori di tanti appassionati, che si sono affezionati a lui non solo per la sua forza in pista, ma anche per le battaglie che ha combattuto e per quelle che sta continuando a combattere nel suo piccolo, grande mondo. Al The New York Times, Seb si è confidato rispondendo a una domanda, "Che cosa ci spinge?", come solo lui avrebbe potuto fare. Emerge un ritratto sfaccettato, in cui i sentimenti si mescolano e le certezze si evolvono. Vi riproponiamo il suo intervento in integrale.

Non sono un patito della velocità, ma provo piacere per le alte velocità. Sebbene adesso non corra più, ho disputato 16 stagioni da pilota di Formula 1. Gareggiare a più di 200 miglia orarie era diventata per me una seconda natura.



Sembrerà assurdo, ma essere al volante di una macchina che mi avrebbe potuto uccidere era diventato il mio rifugio. Tutto il rumore della mia vita si dissolveva non appena salivo sulla mia macchina da corsa. Questo ambiente pericoloso era quello dove mi sentissi più vivo e calmo. Nonostante l'altissimo stress, era il posto dove tutto rallentava, come se potessi scomparire e dimenticarmi del tempo che scorreva.

Il mio amore per la guida ebbe inizio quando ricevetti per regalo a Natale un piccolo go-kart. Sono cresciuto a Heppenheim, in Germania. Giacché il cortile della nostra casa era troppo stretto per girarci attorno, mio padre vi rovesciò un grande secchio d'acqua insegnandomi a derapare, una tecnica per evitare di sbattere contro un muro. Da quel momento, mi infatuai per l'adrenalina e il controllo presenti nella guida. Trovai qualcosa che mi dava fiducia portandomi a credere nei miei mezzi. E così, iniziai a sfidare gli altri, bramando questa sensazione di velocità.

Le corse di F1, però, non riguardano solo la velocità pura. Hanno a che vedere con quanto tardi sei disposto a frenare e quanto rapidamente riesci a superare la curva che segue. Hanno a che vedere con tentativi ed errori, e la sperimentazione di diversi approcci per andare più veloce. Gareggiare era il posto dove la mia mente poteva giocare e svilupparsi.

Sebbene di solito preferisca ambienti freddi, tranquilli e spaziosi, dove sono più a mio agio è nel caldo estremo, nella rumorosa angustezza di un abitacolo di una macchina da corsa. Ho scoperto che era l'unico posto dove riuscivo felicemente a comprendere la natura dicotomica della vita.



Delle volte, questo creava nella mia mente un senso di contrasto nei momenti che precedevano gare decisive per il titolo, quando tutti i miei sforzi si condensavano nello spazio di pochi giri. Mi ricordo di aver pensato di non vedere l'ora che la corsa cominciasse, ma allo stesso tempo non volevo che cominciasse. 

Ci sono state situazioni in cui ho perso il controllo della macchina perché qualcosa si era rotto o semplicemente perché avevo esagerato. Ho avuto i miei incidenti. Anche se un incidente si consuma nello spazio di un istante, quando succede sembra che il tempo si dilati. Inizi a renderti conto della realtà che si frammenta e delle conseguenze della ricerca della velocità. La forza dirompente di un incidente ti fa ricordare il gioco a cui stai giocando. Ma ho continuato a correre.



In più di due decenni di gare, c'è stata una sola volta in cui ho messo in dubbio l'idea di salire in macchina. È capitato durante il Gran Premio del Belgio nel 2019, all'indomani della scomparsa di un giovane pilota francese, Antoine Hubert, all'età di 22 anni.

Anch'io sono stato protagonista di incidenti, ma per fortuna solo di lieve entità. Ho visto altri piloti schiantarsi. Ma quel giovane uomo aveva tutta la sua vita davanti, e quella vita si è fermata sotto il nostro sguardo.



Ho chiamato mia moglie, Hanna, e le ho detto che non volevo correre il giorno dopo l'incidente. Dormii male quella notte. Eppure, decisi di correre. Dopo quel fine settimana, provai qualcosa di diverso per il mio sport, cosa che compresi solamente dopo aver smesso. Non avevo mai avuto paura della velocità, ma adesso potevo vederla, non solo sentirla. Ho iniziato ad avvertire una responsabilità mai avvertita in precedenza. Ho iniziato a capire che velocità, progresso e innovazione contano solamente se ci portano nella giusta direzione.

Oggi, conduco un'esistenza più lenta gestendo una piccola fattoria. Sono ancora innamorato della velocità: ho semplicemente smesso di correre contro il tempo. Ho imparato che la gioia più grande è scoprire qualcosa nella tua vita che ti porta nel qui e ora. Trasmettere questo insegnamento ai miei figli è ora il mio vero lavoro. Trascorrere del tempo con loro e vederli crescere mi rende estremamente consapevole di come tutto abbia una fine. Come pilota di F1 e come padre non ho potuto - e non posso - battere il tempo che passa. Il tempo scorre troppo in fretta per fermarlo; sarà sempre più veloce di me, che io lo stia sfidando o meno.

Ammetto di aver forse usato le corse per evitare di fronteggiare situazioni difficili. Gareggiare era la mia scappatoia. Tutti viviamo dei periodi in cui vorremmo sparire per sfuggire dalle traversie, ma alla fine questo è impossibile. Dobbiamo affrontare le difficoltà a testa alta e prenderci il giusto tempo per rallentare. E farlo.

Quando le persone mi chiedono quale sia stata la mia gara migliore, rispondo che deve ancora arrivare. Ho tante cose a cui guardare con entusiasmo. Attualmente mi sto godendo l'esplorazione piuttosto che il risultato. Ho imparato che la mia vita non consiste nel cercare la prossima grande cosa, ma nel fidarmi della mia curiosità.



Mi sono reso conto che c'è più di una passione o di una gara a cui mi posso dedicare. Nel viaggio della scoperta di se stessi, indipendentemente da quanto veloce si vada, non esistono scorciatoie.

C'è ancora una gara da vincere.

Sebastian Vettel

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