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18 Lug [13:06]

Il commento di Alberto Sabbatini
La gara sprint? Un flop figlio
della mentalità americana e la pole...

Alberto Sabbatini

Stamattina, a freddo, senza farci più condizionare dall’emotività dei primi momenti, riparliamo della SprintRace di Silverstone. La gara di qualifica di mezz’ora che ha assegnato la griglia di partenza del GP Gran Bretagna. Magari la notte ha portato consiglio e ci fa vedere le cose da un punto di vista diverso. O magari no. Io dico che per me la SprintvRace (che in F1 definiscono Sprint Qualifying) è stata un mezzo buco nell’acqua. È stato un esperimento, qualcosina di buono ha dato, ma globalmente sono molti di più gli aspetti negativi che quelli positivi.

Vero che c’è stato lo spettacolare sorpasso al via Verstappen-Hamilton, ma in linea di massima lo show che volevano gli organizzatori è mancato. La maggior parte dei piloti ha tenuto le posizioni. Salvo Alonso che ha fatto un capolavoro e Sainz e Perez che hanno buttato via la corsa di domenica peggiorando la griglia. Purtroppo, questa Sprint Race è colpa della brutta mentalità degli americani di voler stravolgere le regole a tutti i costi pur di aumentare lo show e fare audience. Si sono detti: cos’è che fa più spettacolo nelle corse? Le partenze. Perché le macchine sono tutte vicine fra loro, c’è più pericolo, più incertezza e occasione di sorpasso. E allora moltiplichiamo le partenze!

Ecco, la regola magica che si sono dati per aumentare lo show. Prima l’hanno fatto con la safety-car che neutralizza i vantaggi e di fatto crea una nuova gara nella gara (diciamo la verità: quante volte la SC esce per occasioni inutili?), ora lo fanno con la Sprint Race al posto della tradizionale qualifica. Più partenze uguale più spettacolo. Ma secondo me ci sono almeno tre cose che non funzionano in questa formula.

Primo: non è che moltiplicando le corse aumenti automaticamente lo spettacolo. La Sprint Race di Silverstone è un esempio. Tolto il primo giro con sorpassi o tentativi di sorpasso, tutti si mettono poi in fila diligentemente senza prendersi rischi eccessivi perché il divario tra le vetture è evidente, nessuno può inventarsi niente e il rischio di danneggiare l’auto e compromettere la gara di domenica è troppo forte. Almeno tra i primi. Poi c’è chi rischia, come Alonso, una strategia ardita con gomme soft e dà spettacolo. Perché lui è un animale da gara e sa leggere in anticipo le opportunità e sfruttarle per guadagnare posizioni. Come ha fatto. Ma è una goccia nel mare. La gara trascorre nell’attesa di qualcosa che non arriva. Solo che non fai in tempo ad annoiarti perché la corsa dura 25 minuti invece che un’ora e mezzo.



Secondo: la Sprint Race svilisce completamente l’importanza della qualifica con il giro secco e la pole position che sono l’essenza stessa della Formula Uno. Da che mondo è mondo, a noi della corse piace la velocità pura, non i tatticismi e le strategie. OK, vogliamo i duelli e i sorpassi, ma allo stesso modo guardiamo con ansia e desiderio la sfida per la pole, il giro a vita persa, quello dove per un minuto e mezzo osi l’inosabile e metti a rischi anche la tua incolumità perché spremi la macchina al massimo cercando di superare il limite tuo e dell’auto. Ad ogni costo. Non è stato un momento sublime vedere Hamilton rischiare il massimo nella sua Silverstone per stare davanti a Verstappen in qualifica, entrare di traverso alla penultima curva pur di arrivare sempre più veloce? Perché bisogna svilire quel capolavoro di giro veloce togliendogli la 101esima pole position per aver fatto patinare troppo le ruote nella partenza della mini-gara che assegna la pole per le statistiche?

Pensateci un po’: tutti noi ammiriamo e ci ricordiamo le imprese di Senna più per la sua ossessione della pole position che per le vittorie in corsa. Vi ricordate (e ne ho scritto anche nel mio libro su Senna) quando Ayrton parlava con fervore mistico di come sentiva di aver raggiunto la perfezione nel giro di qualifica a Montecarlo 1988 dove era sempre più veloce, sempre più veloce, fino a sentirsi in un’altra dimensione e perdere Il senso della realtà terrena?

Il giro veloce è sinonimo di F1 perché restituisce al pilota la possibilità, usando coraggio e talento, di essere più bravo dell’avversario nonostante una macchina inferiore. Per un giro, se hai le palle, puoi riuscirci. Per una gara intera (o dimezzata) no di certo perché subentrano il degrado gomma, la finestra di temperature di esercizio, il DRS e tutte quelle puttanate lì con cui abbiamo imparato a convivere. Pensate ai capolavori che a volte fanno in qualifica Leclerc, Russell e pure lo stesso Hamilton che a Silverstone venerdì aveva arpionato la pole con un giro da urlo contro una Red Bull superiore. Perché azzerare questo spettacolo nello spettacolo del giro veloce con una banale mini-gara?

Ecco sento già l’obiezione di Domenicali che dice: ma la sfida per la pole c’è ancora. Solo che si svolge al venerdì. Esatto, proprio per questo è stata svilita. Perché non la segue più nessuno. Chi si mette davanti alla tv al venerdì, giorno tradizionale di lavoro per tanta gente? Quale giornale farà mai più un titolo l’indomani sull’autore della pole? Nessuno perché diventerà automaticamente un evento secondario, anzi terziario, ucciso da ben due corse nel weekend. E pensare che negli anni Ottanta e Novanta in F1 c’erano team e Costruttori che, consci di essere tagliati fuori per inferiorità dalla vittoria della domenica, puntavano tutto su assetti estremi e supermotori per strappare la pole al sabato e garantirsi così visibilità, audience e titoli sui giornali dell’indomani che giustificassero il proprio investimento economico in F1.



Il fatto poi di conteggiare per la pole la vittorie nella Mini-gara del sabato e non la pole del venerdi è una bestemmia che dovrà essere corretta subito, mi auguro. Altrimenti verranno svilite per sempre le statistiche di 70 anni di storia di F1. La classifica delle pole è l’albo d’oro della velocità pura. È legata al giro veloce, alla media oraria più alta su un giro di pista e non può essere inquinata aggiungendo il nome del vincente di una gara lunga mezz’ora dove si gira 3 secondi più piano che in qualifica. Gli americani che hanno partorito questa idea bislacca studino la storia delle corse e si sciacquino la bocca prima di parlare di nuovo.

Un terzo aspetto da non sottovalutare è che la Sprint Race toglie suspence alla gara vera, quella della domenica. Perché ormai i piloti avranno provato in gara al sabato assetti e gomme a medio carico; sapranno già il comportamento della macchina. Non ci sarà più l’imprevisto di vedere cosa succederà col passare dei giri e se lo pneumatico o il set-up scelto si rivela inadatto alla distanza. Sapranno già cosa aspettarsi e come rimediare. Quindi spariranno anche quei pochi imprevisti legati al passo-gara da scoprire.

Per questi motivi, secondo me, la Sprint Race è da eliminare. È stato un esperimento, ma sono troppi gli svantaggi che comporta. Il problema è che resterà, e temo per sempre. La storia dell’esperimento su tre gare è una balla con cui vogliono farci ingoiare pian piano una medicina amara. La rivedremo ancora a Monza e Interlagos, poi nel Consiglio Mondiale FIA di dicembre qualcuno dirà che è piaciuta a tutti, piloti, team sponsor e spettatori sulle piste (perché a tanti conviene ci sia), e verrà introdotta definitivamente dal 2022. Con buona pace della storia.

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