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20 Gen 2019 [14:55]

Il motorsport inglese
preoccupato dalla Brexit

Stefano Semeraro

I britannici da sempre flirtano, con un pizzico di arroganza, sui rapporti fra le loro ‘isole’ e l’Europa. La battuta più celebre la conoscerete: «nebbia sulla Manica, il Continente è isolato». Con l’arrivo della Brexit e soprattutto della possibilità ormai concretissima di una Brexit senza accordo, selvaggia, dopo l’ennesima bocciatura del primo ministro Theresa May, hanno meno voglia di scherzare, compreso chi oltre Manica si occupa di motori.

Una Brexit senza accordo con l’UE significherebbe anche un caos totale per quanto riguarda i rapporti commerciali, ed e è evidente che i team britannici - che in Europa devono fare avanti e indietro durante la stagione di Formula 1, ma non solo - si sentono sui carboni ardenti. Tanto che David Richards, il capo di Motorsport UK, la massima autorità agonistica del suo Paese, negli ultimi mesi ha provato a fare azione di lobbying sul governo per agevolare una soluzione più morbida e ragionevole del problema.

Quando è apparso chiaro che la situazione stava ormai precipitando, fra Richards e tre team F1 - che non sono stati resi noti - si è tenuto nelle ultime ore una riunione ‘di emergenza’, preludio probabilmente ad una presa di posizione della totalità degli addetti ai lavori per contribuire ad evitare il peggio. Quanto potrà costare importare o esportare pezzi di ricambio dopo la Brexit? Quali saranno le regole che verranno applicate sullo spostamento di uomini, macchine e attrezzature varie?

Qualche team - e sono 7 su 10 in formula 1 i team inglesi - potrebbe addirittura considerare l’idea di spostarsi, o di aprire una base operativa sul continente. «Dovremmo essere fieri di ciò che sono riuscite a fare le squadre inglesi nel campo del motorsport - ha tuonato Richards - ed evitare di rendere loro la vita difficile».
Un problema che riguarda tutto lo sport di elite made in UK, dal tennis (Wimbledon) al rugby, al calcio, al ciclismo, che rischia di dover affrontare un aumento di tasse e costi al limite della sostenibilità, oltre che una grossa complicazione nello spostamento di atleti, tecnici, allenatori, etc.

Su Theresa May, che sta lavorando freneticamente e un po’ disperatamente ad un piano B (o C, o D…) grava anche il peso di una responsabilità nei confronti di un settore così popolare ed esposto all’attenzione dei media.
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