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27 Dic 2021 [12:54]

Il quarto capitolo Honda in F1:
dalla polvere all'altare in sette anni

Jacopo Rubino

Ad Abu Dhabi la Honda ha chiuso il suo cerchio. Spingendo la Red Bull di Max Verstappen, il marchio giapponese ha vinto il titolo 2021 dove sette anni prima stava cominciando la sua quarta parentesi in Formula 1. La prima power unit, montata sulla Mclaren, ebbe un battesimo traumatico: dopo un precedente filming day a Silverstone, Stoffel Vandoorne in due giorni di test proprio a Yas Marina riuscì a coprire solo cinque giri al volante della MP4-29H, la macchina laboratorio. Colpa di un'affidabilità pressoché nulla. Era solo l'inizio della salita, e per molto tempo sembrava fantascienza che la Honda potesse centrare un altro iride, dopo l'ultimo conquistato nel 1991 con Ayrton Senna. Ma è accaduto, così da salutare in gloria.

L'abbinamento McLaren-Honda era divenuto mitico, a cavallo degli anni Ottanta e Novanta. Il revival, fortemente voluto dall'ex boss Ron Dennis, è stato invece un calvario. Di quelle tre stagioni (2015-2016-2017) si ricorda soprattutto l'infinità di inconvenienti e battute a vuoto: a volte era un trionfo tagliare traguardo, pur con piloti del calibro di Jenson Button e soprattutto di Fernando Alonso, che in radio pronunciò la celebre frase "GP2 engine". Un'umiliazione, per giunta a Suzuka, la pista di casa Honda.



Masashi Yamamoto, responsabile del progetto F1 per il costruttore del Sol Levante, non rinnega però nulla: "Tutto ciò che ci ha permesso di lottare per il campionato è stato costruito durante il periodo con la McLaren. È un peccato, ci rispettavamo troppo a vicenda e non ha funzionato, non abbiamo fatto click. Abbiamo imparato molto da quei giorni, e così possono essere visti in modo positivo, anche se fu dura".

Con Woking i problemi erano soprattutto di dialogo, di metodologia. Con la Red Bull è cambiato tutto: la squadra anglo-austriaca, stufa della Renault, voleva un fornitore per cui essere il punto di riferimento, ed ecco l'accordo con la Honda dal 2019. Andò subito bene (podio al primo Gran Premio, in Australia), ma fu fondamentale il precedente anno di "rodaggio" con la sorella minore Toro Rosso, l'odierna AlphaTauri. "Fu ideale, perché non è un team così grande. Alla seconda gara insieme abbiamo ottenuto il quarto posto in Bahrain e questo ci diede tantissima fiducia sulle nostre capacità", ha raccontato Yamamoto. "Ovviamente volevamo unirci alla Red Bull, ma non era programmato da subito. Helmut Marko mi disse che avrebbero deciso dopo aver visto i risultati della Toro Rosso, ed è stato bello raggiungere l'obiettivo sotto quella pressione".

L'intesa fra Red Bull e Honda si è rivelata ottima: entrambe hanno trovato ciò che cercavano. Un successo soprattutto per i nipponici, e una rivalsa verso l'ex partner McLaren. Il rapporto con la Red Bull è stato invece basato sulla fiducia reciproca, mentre la Honda non si è mai risparmiata nell'inseguire i primi della classe, quelli della Mercedes. Nemmeno quando, a ottobre 2020, i vertici aziendali decisero che l'impegno in Formula 1 sarebbe terminato dopo il 2021, per motivi strategici. Ma la garanzia era di dare il massimo fino all'ultimo, nella speranza di lasciare da campioni. Missione compiuta, ma soprattutto promessa mantenuta.



In realtà l'uscita di scena sarà graduale: ceduti materiali e proprietà intellettuale alla Red Bull, che fino al 2025 andrà avanti in autonomia attraverso la nuova divisione Powertrains, Honda nel 2022 darà ancora supporto di risorse e di tecnici per facilitare il passaggio di consegne. E non si esclude un altro capitolo in Formula 1, più avanti: "Personalmente credo di sì, torneremo", aveva affermato Yamamoto qualche settimana fa.
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