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24 Ago 2020 [0:49]

Indianapolis - Gara
La seconda volta di Sato

Marco Cortesi

E' stata una 500 Miglia di Indianapolis memorabile, tiratissima dal primo all'ultimo giro. E a vincerla è stato Takuma Sato, sì proprio il giapponese 43enne ex F1 che già nel 2017 l'aveva fatta sua e che nel 2018 si era piazzato terzo. Con lui, il successo ha baciato il team del trio Bobby Rahal, David Letterman (il famoso presentatore televisivo che sfoggia una barba bianca lunghissima) e Lanigan, che festeggia anche il convincente terzo posto di Graham Rahal, figlio di Bobby. E poi, la Honda, che non poteva sognare di meglio: prima al traguardo con un giapponese e poker. Ben quattro dei suoi motori nelle prime quattro posizioni.
 
Lontano da mesi dalla sua famiglia in Giappone a causa delle restrizioni di viaggio dovute al Covid-19, per non rischiare di rimanere bloccato a Tokyo, Sato ha guidato una 500 miglia straordinaria, giocando tutte le sue carte alla top. Sin dal terzo posto della qualifica, si è capito che poteva fare la differenza, e in gara si è tenuto sempre nelle posizioni che contavano, senza mai esagerare a dispetto del potenziale intuibile.

Arrivato alla battaglia finale con uno Scott Dixon favoritissimo della vigilia, Sato ha avuto un approccio diretto, mirato come sempre all'attacco. Come dice sempre, no attack, no chance. Al giro 172 ha passato il pilota di Ganassi senza paura di riaffrontarlo nelle fasi finali. Anzi, chiudendo la porta al limite estremo del regolamento, intuendo il momento di lanciarsi a coprire le spalle, senza incorrere nelle penalità per “chiusura in risposta”. Un brutto botto di Spencer Pigot (terzo pilota del team di Rahal) a 4 giri dalla conclusione, ha neutralizzato la gara fino alla fine, ma anche senza la safety-car, Sato si trovava con due doppiaggi da fare che, se messi a segno correttamente, non avrebbero lasciato speranze ai rivali.

Dixon è parso il grande sconfitto della Indy 500. A lungo al comando, sceso dalla sua monoposto era decisamente arrabbiato, forse con sé stesso. Il cinque volte campione IndyCar darebbe forse quattro dei suoi titoli per un altro successo a Indy (il primo è datato 2008), ma non è andata. Dixon ha condotto 111 giri, ma per lui è arrivata solo la piazza d’onore, la terza in carriera, che comprensibilmente brucia tanto. Ha forse voluto fare troppa strategia, e nel finale ha sperato nella bandiera rossa, per poi ripartire per gli ultimi due giri, ma la direzione gara ha optato diversamente. Giusto così perché avrebbe penalizzato troppo Sato, inerme per via della scia favorevole a Dixon e poi senza possibilità di rispondere.
 
Non è stato soltanto Dixon a essere il grande deluso della Indy 500 versione 2020. Alexander Rossi, dopo essere stato a lungo in zona podio, ha visto tutto andare a rotoli in pit-lane. In occasione della penultima serie di soste, è stato fatto ripartire mentre sopraggiungeva proprio Sato, colpendolo e vedendosi affibbiare una penalità per “unsafe release”. Rossi non è stato probabilmente avvisato che stavano sopraggiungendo altre vetture, e si è buttato direttamente nella corsia esterna: inevitabile il contatto e la penalità che l’ha visto sprofondare a fondo gruppo. Il tentativo di mettere a segno un recupero rabbioso ha avuto un esito scontato: il sogno si è infranto contro le barriere al giro 144. Il californiano non ha poi trovato di meglio che accusare Sato di mettere in atto manovre difensive scorrette.  

Da rimarcare la prova di grande livello di Santino Ferrucci, riuscito ad agguantare il quarto posto dopo un lungo lavoro di affinamento col team Coyne, completando il poker di alfieri Honda. Primo dei portacolori Chevrolet è stato invece Josef Newgarden, unico tra gli uomini del Team Penske ad avere un passo gara quasi competitivo. Anche grazie agli incidenti e alle caution, ha trovato il giusto percorso piazzandosi quinto.

Una gara complicata da gestire per via del grip e delle condizioni meteo, ha visto i rookie in difficoltà. Rinus VeeKay, protagonista di una prima parte di gara straordinaria, ha pagato carissimo un errore in corsia dei box, dove bloccando le ruote ha toccato i propri meccanici, stallando inoltre all'uscita. Inevitabile lo stop&go che l'ha spedito sotto di un giro. E' stata poi la volta di Dalton Kellett, che è finito al muro, per la troppa impazienza al giro 82, come ha confermato lui stesso.

Lo spavento più grosso è stato per Oliver Askew, che al re-start successivo è finito contro le barriere interne dell'ultima curva in modo molto violento. Il debuttante della McLaren, campione in carica Indy Lights, è stato colto di sorpresa dal rallentamento del gruppo per un testacoda di Conor Daly, ed è andato forte sui freni perdendo il posteriore. Al giro 121, ha salutato la compagnia Alex Palou, anch'egli molto positivo fino a quel momento, vicino alla top 10. Finito troppo alto come linea, ha tentato frenando di rallentare, ma ciò l'ha mandato dritto nelle protezioni. Anche piloti più esperti sono rimasti delusi. Primo tra tutti, Ed Carpenter, che al primo giro è stato schiacciato nel muro da Zach Veach, piegando una sospensione e finendo sotto di 13 giri. Poi, Marcus Ericsson, ancora tradito dallo Speedway proprio quando sembrava aver messo a posto il bilanciamento e poteva lottare per la top-5.

Alonso la grande delusione
Ma chi non ha rispettato le attese è stato Fernando Alonso. In quella che per il momento potrebbe essere la sua ultima Indy 500, considerando l'imminente ritorno in F1 con la Renault che gli farà accantonare i sogni di "Triple Crown". Lo spagnolo, che già in qualifica non aveva trovato il giusto compromesso risultando 26esimo, finendo anche a muro per un errore nelle libere, ha navigato a cavallo della ventesima posizione, incontrando non solo problemi di bilanciamento, ma anche a livello tecnico, probabilmente elettronico.

L'avventura del 2017, in cui grazie ad un propulsore Honda straordinario (ma poco affidabile) era stato tra i leader fin dalle prime battute, è ormai un lontano ricordo, e la situazione si è fatta più simile a quella per cui nel 2019 aveva fallito la qualificazione. Per un pilota arrivato con l'obiettivo di vincere, non può esserci vera soddisfazione. Per un obiettivo del genere, l'unica chance può essere quella di affidarsi ad un top team vero, con le garanzie tecniche e tattiche che McLaren Schmidt al momento non può ancora offrire. Alonso paga pesantemente le polemiche con la Honda quando correva per la McLaren in F1, che di fatto lo ha estromesso dai top team della Indycar.

Domenica 24 agosto 2020, gara

1 - Takuma Sato (Dallara-Honda) – RLL - 200 giri
2 - Scott Dixon (Dallara-Honda) – Ganassi - 0"0577
3 - Graham Rahal (Dallara-Honda) – RLL - 0"0953
4 - Santino Ferrucci (Dallara-Honda) – Coyne - 0"3929
5 - Josef Newgarden (Dallara-Chevy) – Penske - 1"6619
6 - Pato O'Ward (Dallara-Chevy) – McLaren - 3"2496
7 - James Hinchcliffe (Dallara-Honda) – Andretti - 4"2694
8 - Colton Herta (Dallara-Honda) – Andretti - 5"1918
9 - Jack Harvey (Dallara-Honda) – Shank - 6"8131
10 - Ryan Hunter-Reay (Dallara-Honda) – Andretti - 7"9613
11 - Helio Castroneves (Dallara-Chevy) – Penske - 10"3143
12 - Felix Rosenqvist (Dallara-Honda) – Ganassi - 13"9668
13 - Marco Andretti (Dallara-Honda) – Andretti - 16"0657
14 - Will Power (Dallara-Chevy) – Penske - 17"6439
15 - Zach Veach (Dallara-Honda) – Andretti - 19"3960
16 - JR Hildebrand (Dallara-Chevy) – DRR - 20"2342
17 - Max Chilton (Dallara-Chevy) – Carlin - 21"4917
18 - Charlie Kimball (Dallara-Chevy) – Foyt - 24"7017
19 - Tony Kanaan (Dallara-Chevy) – Foyt - 1 giro
20 - Rinus VeeKay (Dallara-Chevy) – ECR - 1 giro
21 - Fernando Alonso (Dallara-Chevy) – McLaren - 1 giro
22 - Simon Pagenaud (Dallara-Chevy) – Penske - 2 giri
23 - Ben Hanley (Dallara-Chevy) – DragonSpeed - 2 giri
24 - Sage Karam (Dallara-Chevy) – DRR - 2 giri
25 - Spencer Pigot (Dallara-Honda) – RLL - 6 giri
26 - Ed Carpenter (Dallara-Chevy) – ECR - 13 giri

Il campionato
1. Dixon 335; 2. Newgarden 251; 3. O'Ward 218; 4. Rahal 214; 5. Pagenaud 212.

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