Michele Montesano
Per capire quanto sia vicino il futuro della
guida autonoma basta osservare una monoposto che affronta da sola le curve di
Imola. È questo il senso della sfida portata in Europa dalla
Abu Dhabi Autonomous Racing League, arrivata al terzo anno di attività dopo le prime esperienze sul circuito di Yas Marina. Cinque monoposto derivate dalla
Dallara Super Formula SF23 si sono confrontate su uno dei tracciati più tecnici e selettivi del motorsport, affidando a sensori, sistemi di calcolo e soprattutto al software sviluppato dai team ogni decisione in pista.
Dietro questa competizione c’è però un obiettivo che va ben oltre il risultato della gara. La
A2RL vuole utilizzare il motorsport come un vero e proprio laboratorio, nel quale mettere alla prova l’intelligenza artificiale, la robotica e la guida autonoma in condizioni difficili e a velocità elevate. Un percorso nel quale anche la Motor Valley italiana riveste un ruolo importante, a partire da Dallara e dal contributo di numerosi ingegneri italiani coinvolti nello sviluppo del progetto.
Stephane Timpano,
CEO di A2RL e di ASPIRE, è una delle figure chiamate a guidare questa trasformazione. Con oltre vent’anni di esperienza internazionale tra consulenza strategica, media e tecnologia, Timpano vede nella competizione non una possibile alternativa al motorsport tradizionale, ma uno strumento per accelerare lo sviluppo di tecnologie che potrebbero trovare applicazione nella mobilità di domani. Dalla sfida diretta tra uomo e intelligenza artificiale alla possibilità di trasformare l’AI in un assistente per chi guida, fino a un futuro nel quale le auto autonome potrebbero modificare il modo stesso di spostarsi, la pista diventa così il luogo in cui provare oggi ciò che potrebbe diventare normale domani.
Dopo due stagioni ad Abu Dhabi, perché avete scelto proprio Imola per il primo appuntamento europeo di A2RL?
“Imola rappresenta per noi un punto di arrivo naturale. Siamo molto legati alla Motor Valley perché la nostra macchina è realizzata da Dallara, molti dei nostri ingegneri sono italiani e gran parte del team che ha concepito inizialmente il kit per la guida autonoma è italiano. Portare A2RL a Imola aveva quindi un significato particolare. Ma soprattutto abbiamo scelto un circuito storico, molto tecnico e che non fa sconti a nessuno. Non li ha mai fatti ai piloti umani e non li farà alle macchine autonome. Riuscire a portare tre, quattro o cinque monoposto autonome contemporaneamente su una pista così complessa, veloce e stretta significa mettere davvero alla prova quello che abbiamo sviluppato ad Abu Dhabi”.
Quanto cambia, in termini di difficoltà, rispetto al circuito di Yas Marina?
“Ad Abu Dhabi abbiamo lavorato su un circuito più moderno e, dal punto di vista tecnico, meno complicato. Imola introduce una serie di elementi che obbligano i sistemi autonomi a confrontarsi con una realtà diversa. Qui il software viene sottoposto a uno stress maggiore e la capacità di prendere decisioni rapidamente diventa ancora più importante. Se riusciremo a ottenere a Imola lo stesso livello di controllo e di prestazioni raggiunto ad Abu Dhabi, avremo una dimostrazione molto importante del fatto che la tecnologia può adattarsi a contesti differenti”.
A2RL nasce quindi più come laboratorio tecnologico che come semplice campionato automobilistico?
“Esattamente. Non siamo nati per sostituire il motorsport tradizionale. Il racing e la Formula 1 sono qualcosa di iconico e continueranno a esistere. Noi vogliamo essere un laboratorio nel quale provare nuove tecnologie. Nel mondo dello sport nessuno utilizza realmente l’intelligenza artificiale al cuore della competizione come facciamo noi. In A2RL la gara è determinata dalle linee di codice sviluppate dai diversi team, che vengono poi inserite nella vettura e decidono autonomamente come comportarsi in pista. È un modo straordinario per mettere alla prova le capacità dell’intelligenza artificiale in condizioni estremamente impegnative”.
Che cosa può lasciare alla mobilità di domani ciò che viene sviluppato in pista?
“Le possibilità sono molte. Da una parte c'è lo sviluppo della tecnologia dell'autonomia, della robotica e della mobilità del futuro. Dall'altra c'è la possibilità di testare questi sistemi in un ambiente estremamente stressante, con velocità elevate, curve complesse e decisioni che devono essere prese in frazioni di secondo. Quello che sviluppiamo qui potrà essere riutilizzato in futuro in altri ambiti. La mobilità autonoma oggi è ancora in parte un sogno per molte persone, ma attraverso competizioni come A2RL possiamo cominciare a vedere concretamente come potrebbe essere”.
In che modo potrebbe cambiare la vita quotidiana delle persone?
“Pensiamo, per esempio, alle persone anziane. I miei genitori hanno ottant'anni e oggi non possono più pensare facilmente di affrontare un viaggio in automobile di oltre 500 chilometri. Un domani potrebbero salire su una macchina autonoma e andare da Milano a Roma senza dover guidare. È importante che le persone inizino a comprendere quali cambiamenti positivi questa tecnologia potrà portare. L'autonomia non deve essere vista soltanto come qualcosa che sostituisce il conducente, ma come una tecnologia che può aiutare le persone e rendere la mobilità più accessibile”.
Negli ultimi anni il divario tra uomo e intelligenza artificiale si è ridotto in maniera impressionante. Quanto è stata rapida questa evoluzione?
“La crescita è stata davvero esponenziale. Nel primo confronto con Daniil Kvyat, ex pilota di Formula 1, avevamo una differenza di circa dieci secondi al giro. La prima volta che il pilota umano e la macchina autonoma sono usciti contemporaneamente, il distacco era addirittura di tre minuti e mezzo su un giro di circa un minuto e mezzo. Era inevitabile che facesse sorridere, ma quella era la prima volta che affrontavamo una situazione del genere. Infine lo scorso anno siamo scesi nell'ordine del secondo e mezzo. Ad Abu Dhabi vedremo come continuerà questa evoluzione, ma siamo arrivati a un punto nel quale le prestazioni della macchina guidata dall'uomo e di quella guidata dall'AI sono molto simili”.
È una situazione che vale anche per altre competizioni autonome?
“Non necessariamente. Nel caso dei droni, che rappresentano un'altra delle nostre competizioni, gli esseri umani hanno già perso il confronto con l'intelligenza artificiale. Questo dimostra quanto velocemente possano evolvere queste tecnologie quando vengono sottoposte a un ambiente competitivo e a obiettivi molto chiari”.
In futuro immagina una collaborazione tra pilota umano e intelligenza artificiale, una sorta di assistente alla guida capace di aumentare le prestazioni?
“È un concetto molto interessante e penso che sia una prospettiva concreta. Quello che stiamo facendo oggi potrà permettere domani, sia nel mondo civile che nelle corse, di assistere il pilota o l'autista, aiutandolo ad avere una performance migliore, a essere più consapevole dei rischi e a prendere decisioni corrette sulla velocità e sulle manovre più difficili. Nel motorsport potrebbe significare permettere a piloti già capaci di viaggiare a velocità elevatissime di andare ancora più forte in determinate situazioni. L'intelligenza artificiale potrebbe diventare una sorta di assistente capace di aumentare le capacità dell'essere umano senza necessariamente sostituirlo”.
Il motorsport, però, è anche spettacolo. Come può A2RL conquistare il pubblico più tradizionale?
“Non siamo nati per competere con il motorsport tradizionale, ma facendo esperienza abbiamo scoperto quanto il confronto tra uomo e intelligenza artificiale possa essere coinvolgente. Nell'ultima gara disputata ad Abu Dhabi abbiamo visto il pubblico dividersi: alcuni tifavano per la macchina guidata dall'uomo, altri per quella autonoma e per la tecnologia. È stato molto interessante vedere questa contrapposizione. E ancora più significativo è stato osservare i ragazzi e i bambini davanti alle monoposto. Per loro vedere una macchina senza pilota muoversi realmente in pista significa trasformare qualcosa che appartiene all'immaginario, magari ai cartoni animati o alla fantascienza, in una realtà concreta”.
Quindi la gara può diventare anche uno strumento per avvicinare le nuove generazioni alla tecnologia?
“Assolutamente. Possiamo offrire uno spettacolo interessante, ma per noi è ancora più importante avvicinare le persone alla tecnologia e far capire che può rappresentare un vantaggio. Vogliamo mostrare che l'intelligenza artificiale e l'autonomia non sono concetti astratti o lontani, ma tecnologie che stanno già diventando realtà e che possono avere applicazioni positive nella vita quotidiana”.
Quanto è cambiata la percezione dell'auto autonoma rispetto a vent'anni fa?
“Vent'anni fa si parlava di macchine autonome come di qualcosa che sarebbe arrivato in futuro. Oggi le macchine autonome esistono. La cosa più interessante è la velocità con cui questa evoluzione sta procedendo. Vent'anni di sviluppo sono stati necessari per arrivare a questo punto, ma non credo che per assistere ai prossimi grandi cambiamenti dovremo aspettarne altri venti. L'accelerazione è stata enorme”.
In questo senso, qual è il vero obiettivo di A2RL?
“Dimostrare quanto velocemente possiamo accelerare lo sviluppo di queste tecnologie. In due anni abbiamo visto un'evoluzione enorme nelle prestazioni delle vetture e nella capacità dell'intelligenza artificiale di affrontare una competizione reale. A2RL vuole continuare a spingere questo processo, utilizzando la pista come ambiente nel quale sperimentare, imparare e mettere sotto pressione sistemi che un domani potranno avere applicazioni molto più ampie. La gara è ciò che il pubblico vede, ma dietro ogni giro c'è un grande esperimento tecnologico. È questo, in definitiva, il senso della nostra sfida”.