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1 Ago 2016 [15:09]

La Ferrari e il socialismo delle idee

Stefano Semeraro - Photo 4

È una storia già vista, più volte, e il cuore sgocciola malinconia a rivederla. I proclami dell'inizio, qualche gara incoraggiante, l'illusione di un anno finalmente vincente. Poi, il cliff, proprio come capita alle gomme: il calo di rendimento improvviso, brutale. Il viso dei piloti che si incupisce, i capi di turno che si aggrappano agli specchi spiegando che «non ci arrenderemo», che «il mondiale non è finito», e che soprattutto «siamo una grande squadra» e «lavoreremo a testa bassa». Nel calcio un tempo dicevano «l'aritmetica non ci condanna». Il resto però sì, anche se si tratta di motori e non di pallone, e la protagonista di un copione per l'ennesima vota sbagliato è la Ferrari, la Rossa, la passione nazionale.

Il Gran Premio di Germania è il punto di non ritorno, la conferma dei sospetti peggiori. La SF16-H non è del tutto sbagliata, sa anche essere veloce, ma manca di efficienza aerodinamica e di grip meccanico, è difficile da bilanciare. In qualifica rispetto alle Red Bull-Renault dall'Australia a Hockenhemim si è passati da – 8 a + 6 decimi di secondo e il risultato è che nella classifica costruttori adesso la Red Bull è seconda, la vera rivale della Mercedes, mentre la Ferrari arranca in terza posizione.

Sebastian Vettel doveva essere il conducator capace di far dimenticare gli ultimi anni bui e ringhianti di Fernando Alonso, invece ormai ottiene più o meno gli stessi risultati di nonno Kimi Raikkonen e sia in gara sia fuori ha perso il sorriso, è tormentato dal dubbio di aver sbagliato a inseguire in sogno d'infanzia che gli indicava Maranello come la patria dei sogni. È inquieto, indispettito, domenica in gara si è anche rifiutato di rientrare ai box come da indicazione del muretto, riconoscendo poi l'errore. Non si fida, gli si è allungata la mascella: vi ricorda qualcuno?

L'addio a James Allison, l'uomo che doveva costruire un nuovo ciclo d'oro e invece se va un po' per colpa dei drammi famigliari un po' per le incomprensioni professionali maturate in un ambiente dove non si sentiva più a suo agio, ma incalzato, messo in discussione, forse scavalcato. E lascia perplessi, va detto, sentire Maurizio Arrivabene – anche lui ormai sotto stretta osservazione, perché le battute un po' surreali e i progetti di pellegrinaggio ormai non bastano più - raccontare che con Mattia Binotto (auguri!) «ora il team finalmente lavorerà come una squadra, non ci sarà uno che ordina e gli altri che eseguono senza pensare. In assenza del mega talento, ci sarà la figura di un coordinatore sotto al quale avremo una struttura chiamata anche a fornire idee. Se uno avrà un’intuizione, la metterà al servizio di tutti e poi verrà sviluppata».

Il socialismo delle idee. Concetto facile da dare in pasto ai giornalisti, meno da spiegare e far digerire al Presidente Sergio Marchionne, decisionista supremo, che per questo 2016 aveva scelto una sola parola d'ordine: vincere. Invece, tranne cataclismi epocali, la Ferrari non vincerà neppure quest'anno tanto che si è già dedicata a pensare alla vettura per il 2017, fingendo di sentirsi ancora in lotta per un Mondiale ormai tutto colorato d'argento con al massimo qualche venatura blu.

Perché poi, la F.1 è una cosa difficile, lunga e faticosa, non si migliora da un giorno all'altro per merito di uno slogan o dei sogni che piovano dall'alto. Gli uomini giusti, le idee giuste vanno coltivate nel tempo, educate, strutturate, tenute insieme. Cambiare non basta. Bisogna cambiare in meglio. E questo, alla Ferrari, in mezzo a mille variazioni di rotta e di leadership, hanno disimparato a farlo da tanto, troppo tempo.
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