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6 Gen 2016 [19:28]

Loeb: «La Dakar? È un po' come
stare in tangenziale a Parigi»

Stefano Semeraro

È il debuttante più osservato di questa Dakar, e difficilmente poteva essere diversamente, visti i nove titoli mondiali rally che si ritrova in bacheca. Sebastien Loeb non ha mai nascosto la sua passione per il motorsport in generale, dalla 24 Ore di le Mans al WTCC, alla Pikes Peak, e su L'Equipe in questi giorni ha commentato a lungo la sua nuova avventura a fianco del fido Elena.

Elena e le bocce

«L'ansia ce l'ha data il parire verso qualcosa di sconosciuto», ha spiegato alla vigilia. «Ne io né Daniel (Elena, ndr) sapevamo bene cosa aspettarci. Gli organizzatori ci hanno spiegato che abbiamo meno informazioni rispetto al solito sul road book, e questo non ci aiuta perché il tempo per colmare il deficit di esperienza rispetto agli altri piloti è stato poco». Loeb ha confessato di aver cercato anche un navigatore più esperto nei rally raid, «ma alla fine non ce n'erano tanti sul mercato, allora mi sono detto che potevamo provarci insieme io e Daniel, per vedere come ci trovavamo. Sta andando bene, Daniel ha capito al volo cosa ci si aspettava da lui e ha molta voglia di gareggiare. Non può avere i 30 anni di esperienza alla Dakar di altri, ma è bello ricominciare qualcosa insieme, in fondo è meglio passare 15 giorni insieme a lui che a qualcuno che non conoscevo. E poi così gli ho dato una nuova chance: io dopo l'addio ai rally ho continuato con il Wtcc, lui si era dato alle bocce...».

Gli allenamenti sul Buggy

Il compito di un co-pilota alla Dakar è più complesso rispetto ai rally, spiega Loeb, «perché Daniel deve sapermi descrivere quello che dice il road book in modo che io possa farmi una immagine istantanea. Ci siamo anche allenati su un piccolo Buggy per metterci alla prova in situazioni difficili. Dobbiamo reagire bene nei momenti critici, perché non è bello perdere cinque o dieci minuti sbagliando direzione dopo aver cercato di limare i secondi con la guida. Anch'io devo imparare come affrontare ogni situazione di terreno, ma alla fine i crono e le sensazioni sono buone. In circuito è tutto ripetitivo, nei rally il navigatore ti spiega ogni curva in anticipo, qui le tappe sono molto più lunghe e bisogna imparare a leggere il terreno. C'è la vegetazione, e bisogna guardare più vicino del solito, quando mi ritrovo in un canyon mi sento sempre un po' a disagio, dove c'è sabbia mista a erba mi chiedo sempre se devo stare due centimetri più a destra o a sinistra... Alla fine è come sulla tangenziale di Parigi, passi tutto il tempo a pensare che era meglio stare nella fila di fianco. Insomma, bisogna avere pazienza. Il rally è una cosa a se stante: l'avventura, l'improvvisazione continua, bisogna imparare a guidare senza conoscere la strada».

La 2008 DKR, nata per attaccare

Loeb ha alle spalle l'esperienza al Rallye del Marocco, conosce il deserto e le sue insidie, ma è partito per vincere. «Vedremo come va, al momento è troppo presto per dirlo, ma sicuramente non sono partito per nascondermi o per passare delle ore a perdere tempo». La Peugeot 2008 DKR gli piace. «La prima volta che ci sono montato, mi ha sorpreso! È impressionate quanto sia agile a livello di sospensioni. È veramente diversa dalla precedente, è più stabile in curva, più leggera, più potente. Con questa puoi veramente attaccare, buttarla in controsterzo senza paura di ribaltarti, mentre con l'altra si era sempre sulla difensiva».

La Dakar è lunga...

Con i suoi compagni nel Dream team Peugeot, Stéphane Peterhansel e Carlos Sainz ha discusso le difficoltà di affrontare la Dakar per chi arriva dal Wrc. E se ne è fatto una ragione: «A volte ti preoccupi di limare il secondo, senza capire che bisogna invece calare un po' il ritmo per non rischiare di finire a testa in giù. Ma io cerco di correre come mi sento, magari mi capita di alzare il piede per niente, ma penso capiti a tutti. La Dakar è lunga, bisogna restare concentrati per giornate intere nelle quali può succedere davvero di tutto».
gdlracingTatuus