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5 Nov 2025 [11:38]

De Adamich ci ha lasciato
Da pilota di F1 a telecronista

Articolo tratto da La Stampa di Lorenzo Pastuglia

Se n’è andato in silenzio, com’era nel suo stile, ma lasciando dietro di sé il rombo di un motore e il calore di una voce che per generazioni ha accompagnato la Formula 1. Andrea De Adamich è morto a 84 anni, poco più di un mese dopo il suo compleanno, festeggiato lo scorso 3 ottobre. Ex pilota, giornalista, voce e volto del motorsport italiano, è stato uno di quegli uomini che non si sono mai allontanati davvero dall’asfalto.
 
Nato a Trieste nel 1941, aveva iniziato la sua carriera nel 1962, al volante di una Triumph TR3, arrampicandosi in alta quota nelle cronoscalate del Campionato Italiano Velocità Montagna. Poi la Formula Junior, la Formula 3, e quel titolo del 1965 che lo proiettò nel mondo Alfa Romeo. Con la Giulia GTA vinse due campionati europei Turismo consecutivi, nel 1966 e nel 1967.

Debuttò in Formula 1 nel Gran Premio di Spagna (non valido per il mondiale) del 1967, facendo quarto con una Ferrari. Era iscritto anche al Gran Premio d'Italia con una Cooper-Maserati della Scuderia Filipinetti, ma non partecipò. Quello stesso anno, poi, debuttò anche in Formula 2 a Zandvoort, e l'anno successivo arrivò, su Ferrari, secondo a Vallelunga.

La carriera in F1, l’incidente, la voce nei videogiochi F1
Nel ’68, sempre con Maranello, quindi, fu il momento dell’esordio ufficiale nel Circus al via di stagione in Sudafrica. De Adamich, terzo pilota dietro Jacky Ickx e Chris Amon, venne fermato da un incidente dopo essere scattato settimo in gara. Subì un ulteriore incidente a Brands Hatch, durante le prove della Race of Champions (prestigiosa gara fuori campionato), che gli causò problemi al collo in grado da tenerlo lontano dalle gare per gran parte della stagione. Dopo il Cavallino, fu la volta di McLaren, March, Surtees e Brabham. Non vinse mai un Gran Premio, ma proprio con le ultime due scuderie si prese due ottimi quarti posti al Jarama, in Spagna, e a Zolder, in Belgio, tra ’72 e ‘73.
 
Un pilota che corse con il coraggio e la dignità di chi sapeva quanto la velocità fosse solo una parte della sfida. Nel Mondiale Prototipi conquistò due vittorie con Alfa Romeo, a Brands Hatch e a Watkins Glen, ma sempre nel ’73, in F1, un terribile incidente a Silverstone gli fratturò entrambe le gambe e mise fine alla carriera. De Adamich così si reinventò, come solo i grandi sanno fare.



Nel 1978 diventò il volto televisivo di Grand Prix, la trasmissione di Italia 1 che portò i motori nelle case degli italiani, e dal 1991 al 1996 fu la voce delle telecronache di Formula 1 per Mediaset. Il suo tono calmo, ironico, mai sopra le righe, raccontò le imprese di Ayrton Senna e Alain Prost, oltre alla nascita del mito Michael Schumacher.

Per molti ragazzi degli anni ’90, però, era anche la voce del rombo, la guida che trasformava la corsa in emozione. Prestò la sua voce arrivò infatti ai videogiochi PlayStation di F1 97 (in coppia con Massimo Marinoni), F1 98 (con Andrea Piovan) e in coppia con Claudia Peroni in F1 99, F1 2000, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006 e F1 Championship Edition. Bastava sentire il suo “Ha urtato Frentzen!” per tornare bambini, davanti a uno schermo a sognare la Formula 1.

Il Centro Internazionale di Guida Sicura da lui fondato
Nel 1991, infine, De Adamich fondò il Centro Internazionale di Guida Sicura a Varano de ’Melegari (Parma), la sua seconda casa. Da lì ha insegnato a generazioni di giovani piloti — e anche a tanti automobilisti comuni — che la velocità vera è quella che si controlla. Sotto la sua direzione, migliaia di persone hanno imparato cosa significhi davvero “sentire” un’auto, riconoscerne i limiti, trasformare la prudenza in tecnica.

Il suo metodo, preciso e umano, univa rigore e empatia: non insegnava solo a frenare, ma a rispettare la strada, a fidarsi della macchina e, soprattutto, di sé stessi. «La guida sicura non è paura, è consapevolezza», amava ripetere. Commendatore al Merito della Repubblica dal 2022, lascia ora un’eredità fatta di passione, competenza e rispetto. Ha vissuto inseguendo la velocità, ma con il cuore ancorato alla terra. E oggi, mentre il rombo dei motori sembra un po ’più lontano, resta la sua voce a ricordarci che una corsa non finisce mai davvero.
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