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1 Set 2016 [16:44]

Il commento
Massa, un addio a testa alta

Stefano Semeraro

E’ stato l’eterno secondo, Felipe Massa, forse ancora più di Rubens Barrichello, il brasiliano da cui ereditò lo scomodissimo ruolo di scudiero di campioni alla Ferrari. Un numero 1 per simpatia, e un pilota decisamente veloce, che dopo aver vinto l’Eurocup Formula Renault si erano contesi i big della Formula 1 di allora, Todt e Briatore. Ma anche un pilota che ha vinto di meno di quello che avrebbe potuto e che in 500 metri, i famosi 500 metri finali del GP del Brasile nel 2008, si è visto sfumare il sogno di una vita. 

Quando sbarcò in Europa nel 2000 sembrava destinato a grandi imprese, e certo di risultati ne ha ottenuti. Prima nello svezzamento alla Sauber, quando sverniciò ripetutamente Jacques Villeneuve, poi alla Ferrari, da vicecampione del mondo, infine alla Williams, quando ha trovato qualche guizzo dei suoi e un finale di carriera adeguato al suo rango dopo l’addio un po’ amaro alla Rossa. Ha avuto sfortuna, e parecchia, Felipinho. Se Glock non si fosse fatto sorpassare da Hamilton a Interlagos oggi la storia della F.1 sarebbe stata diversa, sicuramente sarebbe stato diverso l’albo d’oro. E oggi non parleremmo di Felipe come di “the nearly man”, il primo dei secondi, il Poulidor del Circus. «Posso solo immaginare quanto sia stato doloroso per Felipe», disse in quel drammatico Gp del Brasile Luca di Montezemolo, allora Presidente Ferrari. «Ma voglio congratularmi con lui per la sportività che ha dimostrato fuori e dentro la vettura».

In questo è stato un campione, Massa, che su quel podio zuppo di lacrime fece le congratulazioni all’avversario che gli aveva strappato l’anima dicendo «so come accettare una sconfitta». Per i meno romantici è stato proprio questo il suo limite. In quel momento Massa pensava che di occasioni ne avrebbe avete altre, ma correre sempre a fianco di fuoriclasse assoluti non lo ha aiutato. In Ferrari arrivò nel 2006 da compagno di Schumacher, scudiero designato, poi ha dovuto battersi con Raikkonen - che l’occasione di una vita di vincere un  mondiale con la Rossa seppe coglierla - e infine con Alonso. Tutti fuoriclasse che ha finito per subire.

La jella si è accanita su di lui anche al di là dei duelli con i colleghi. La molla che lo centro in pieno dopo essersi staccata dalla vettura di Barrichello all’Hungaroring nel 2009 ha rischiato di spezzarli la vita, oltre che la carriera. Lì Felipe ha forse compiuto il suo capolavoro umano, imboccando dalla parte giusta il bivio che dopo certi momenti di buio ti porta ad essere di nuovo grande, famoso, vincente, oppure qualcosa di più sbiadito – un ex campione, un uomo “normale” . E che a volte può inghiottirti definitivamente.

Felipe Massa all’Hungaroring è transitato su quel crinale, si è sporto sull’abisso, è tornato dalla parte giusta. Ayron Senna, nel ’94, da quel viaggio non tornò più. Mika Hakkinen, dopo il botto atroce del ’95 nei test autunnali in Australia, in coma ci rimase per due giorni: tre anni dopo batteva Schumacher nella volata per il titolo mondiale.  Massa il Mondiale non è più riuscito a riprenderselo, ma si è ripreso la vita, la famiglia che per lui (giustamente) conta più di tutto, ed è tornato a essere competitivo in pista. Si è guadagnato la stima e il rispetto dei colleghi, l’affetto dei fan. Quando uscirà dal paddock a fine campionato potrà farlo a testa alta, senza troppi rimpianti. 
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