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11 Giu 2020 [8:10]

La NASCAR bandisce la
bandiera confederata dalle gare

Marco Cortesi

Più che l’appuntamento di Martinsville di ieri sera della Cup Series, la notizia della giornata è stato il divieto da parte della NASCAR di esporre la bandiera confederata negli eventi ufficiali, in quanto ritenuta significativa di un retaggio culturale che ha fatto del razzismo e dell’ingiustizia razziale uno dei suoi fondamenti.

La bandiera confederata era infatti utilizzata dagli stati ribelli del sud (South Carolina, Mississippi, Florida, Alabama, Georgia, Louisiana, Virginia, Arkansas, Tennessee e North Carolina) nella secessione dagli Stati Uniti che portò alla Guerra Civile Americana. Tale confederazione basava la propria sussistenza sulla schiavitù e identificava la “schiavitù e la subordinazione alla razza superiore” come sua condizione normale. In un momento di grandi sensibilità sul tema, il revival di quei principi, e dei simboli che li rappresentano è considerato (giustamente) sempre più inaccettabile e offensivo. Non solo dai discendenti di quella che veniva identificata come "razza inferiore", ma anche dalla stragrande maggioranza degli americani.

Dopo la resa del generale Robert Lee nel 1865 e la fine della guerra, molti stati avevano mantenuto la tradizionale bandiera, in alcuni casi includendola nei propri vessilli ufficiali. Con la fine della segregazione razziale negli anni ’60 del 900, in moltissimi casi la bandiera confederata è diventata sempre più un segno di riconoscimento dell’America più bigotta e razzista, e l’incremento della consapevolezza ha portato alla progressiva rimozione.

Verso un nuovo posizionamento
Per la NASCAR, che ha nei tifosi più tradizionalisti una parte abbastanza numerosa della propria audience, si tratta di un cambiamento epocale, che cerca di staccarsi da una tradizione di una fanbase non porprio progressista e a volte fanatica delle armi, anche se non tutta fatta da violenti razzisti. Va anche detto, che la presenza delle bandiere confederate si era sempre più ridotta con la maggiore attenzione al tema delle diseguaglianze. In questo periodo, come già detto in passato, anche una parola sbagliata può fare la differenza e non ci si può permettere di seminare odio: "E' ora di farla finita" aveva chiesto a gran voce Bubba Wallace.

Un rischio ma anche un'opportunità
Per la categoria si tratta di un rischio, perché potrebbe far scappare facili sostegni economici provenienti da gruppi e lobby vicini all'estrema destra. E' anche un'opportunità: la scelta di adottare un modello più inclusivo potrebbe permettere alla NASCAR, oltre che di perseguire una visione più equa, anche di far breccia in una nuova tipologia di pubblico. In un momento in cui per via dei vari lockdown molti tifosi “non tradizionali” si avvicinano allo sport.

Le reazioni negative sono state finora molte: perfino un gentleman driver della Truck Series che ha minacciato di ritirarsi, e tanti tifosi che prefigurano un futuro disastro per la categoria. Viceversa però, sembra che le opinioni positive siano molte di più.

(Foto Duane Tate CC2.0)