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16 Giu 2022 [14:19]

Il salary cap torna in agenda:
perché i piloti F1 fanno muro

Jacopo Rubino - XPB Images

L'argomento è sul tavolo da quasi due anni, ma per adesso di concreto non c'è nulla. Tranne la divergenza di vedute. Si è tornato a parlare di salary cap, il tetto agli stipendi dei piloti che nel processo di disciplina economica della Formula 1 farebbe seguito al budget cap per le squadre. E se da un lato molti i team principal spingono per adottarlo, chi si mette al volante, come prevedibile, ha espresso la propria contrarietà. Ma con argomentazioni quantomeno logiche, che vanno al di là del semplice interesse personale.

"Per quanto mi riguarda, è completamente sbagliato. La F1 sta diventando sempre più popolare, fa sempre più soldi, tutti ne beneficiano: perché i piloti dovrebbero essere limitati? Sono i piloti a creare lo spettacolo e a mettere in pericolo le proprie vite", è l'obiezione posta da Max Verstappen, campione in carica. L'olandese a marzo ha siglato il rinnovo del contratto con la Red Bull fino al 2028 per una cifra, si dice, di 40 milioni di dollari a stagione. Il che equivale al 28 per cento del budget cap da rispettare quest'anno, 141,2 milioni.

L'idea iniziale del salary cap era di fissare per ogni scuderia un massimale di 30 milioni, da ripartire sull’intera line-up, ma potrebbe essere innalzato. Per Toto Wolff, boss Mercedes, è comunque troppo: "140 milioni sono per 1000 persone dello staff, e non riusciamo nemmeno a sostenere l'inflazione. Da questa prospettiva, 30-40 milioni per i piloti sono fuori scala". Ci sarebbe anche la facoltà di andare oltre, ma detraendo la differenza dal budget cap: come a dire che si può sacrificare un po' di sviluppo delle vetture, per compensarlo con il talento di chi guida.

L'opinione di Verstappen non è stata certo solitaria, ma condivisa e ripetuta un po' da tutti i colleghi, compresi i decani Lewis Hamilton, Sebastian Vettel e Fernando Alonso. "È una coincidenza divertente che per la prima volta i team possano trarre ricavi dalla F1 e spunta fuori il tetto al salario dei piloti...", ha punzecchiato il tedesco dell'Aston Martin. "Facciamo sempre più cose: ci sono 23 gare, eventi ovunque, gli sponsor stanno tornando", ha invece messo in luce lo spagnolo.

Tolto l’aspetto puramente "sindacale", i piloti temono in prospettiva che il salary cap possa avere ripercussioni negative persino su chi è impegnato nelle serie minori e tenta la scalata al Mondiale: pochi raggiungono la vetta, ma in molti casi gli investitori "scommettono" sulla raccolta dei frutti quando (e se) i ragazzi che hanno spinto approdano in F1. Il freno alle retribuzioni renderebbe questo meccanismo meno attraente, con il rischio di far implodere il sistema. "Tanti di noi hanno avuto supporto da giovani e hanno dovuto restituire i soldi ricevuti", ha ricordato ad esempio Hamilton, così come Lando Norris. "Io non sarò qui ancora a lungo ma penso alle nuove generazioni, e non credo che debbano essere limitate nei guadagni".

C'è ancora parecchio tempo per discuterne, comunque: l'implementazione di un salary cap, sulla falsariga di alcune leghe sportive americane (NFL e NBA in primis), non può essere un processo immediato. "Abbiamo dei contratti in essere e non possiamo violarli. Ci sono implicazioni legali", ha spiegato Mattia Binotto, team principal Ferrari che ha accordi fino a fine 2024 sia con Charles Leclerc che con Carlos Sainz. Per Frederic Vasseur dell'Alfa Romeo l'orizzonte temporale giusto può essere quello del 2026, e per Otmar Szafnauer dell'Alpine la filosofia è chiara: "Non dobbiamo avere fretta, ma essere sicuri di avere un tetto equo e metodi validi per vigilare". Nel frattempo, la F1 potrebbe diventare ancora più ricca e profittevole, tra un costante aumento dei Gran Premi e il budget cap a regime dopo il periodo della pandemia. E chi glielo dirà ai piloti di essere pagati meno?
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